Applausi per il prete-manager Ma solo dalla gente comune

nostro inviato a Illasi (Verona)

La grande chiesa dalla facciata neoclassica proprio non ce la fa a contenere tutti gli amici di don Luigi. Sembra di stare alla prima delle Scala, solo che il tempio è stato riempito dai loggionisti. Chi avrebbe dovuto sedersi nei palchi non c’è. La nomenklatura, che accorreva a metà giugno alle feste organizzate dal sacerdote a due passi da qui, al Monte Tabor, fra grigliate e fuochi d’artificio, è sparita. È andata in vacanza. O forse gioca a nascondino con l’imbarazzo. O forse ha calcolato le conseguenze. Ci sono primari, ci sono medici e infermieri del San Raffaele, ci sono i paesani di Illasi, dove don Verzè era nato nel 1920, ma mancano le facce di chi con don Verzè ha tagliato nastri e aperto reparti. C’è solo l’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari e con lui l’ex ministro della Salute Ferruccio Fazio. Poi, a cerimonia abbondantemente iniziata, s’infila nella navata destra la chioma fluttuante di Vittorio Sgarbi. I potenti che salutano il potente si contano sulle dita di una mano. Il servizio di vigilanza è ridotto all’osso. Niente auto blu, lampeggianti e scorte.
Piove e fa freddo. Vicino al feretro ci sono i Sigilli che hanno condiviso con don Luigi i giorni della gloria e quelli della polvere, i suoi collaboratori più stretti che lo consideravano immortale e ora si ritrovano ancora più sballottati nella tempesta. I preti della zona - alcuni almeno - avrebbero gradito una cerimonia più defilata, ma il vescovo di Verona, che don Verzè negli ultimi tempi s’incontrava anche tre volte a settimana, ha deciso di metterci la faccia. Monsignor Giuseppe Zenti non fa sconti all’amico che se n’è andato, ma riesce a tenere insieme tutti gli aspetti di una vita che ha avuto momenti altissimi e aspetti di grande fragilità: «Don Luigi era un manager navigato e un mistico, una figura assai complessa e contraddittoria, ha conosciuto i momenti del Tabor e quelli del Calvario». Ovvero, la trasfigurazione e la crocifissione.
Le standing ovation e gli insulti. La realtà non è un fondale azzurro, ma nemmeno coincide con il cassetto aperto dall’inchiesta della procura di Milano che ora sembra rovesciare per terra la vita e l’opera. «Don Luigi - riprende monsignor Zenti - era solitario come tutti i geni, ma anche bisognoso d’affetto. E disposto a riconoscere d’aver debordato. I malati erano i suoi padroni. Se ci sono stati degli eccessi la colpa, per così dire, è da attribuirsi ai malati: per loro ha voluto il meglio del meglio». Per loro, sembra suggerire il vescovo, è andato oltre: oltre la mentalità comune, oltre i confini della scienza, oltre le sempre insufficienti disponibilità finanziarie, forse anche oltre la legge. «Le mezze misure e le mediocrità - riassume Zenti - non entravano nel paniere dei suoi interessi». Don Verzè ha portato la sua creatura nell’olimpo dell’eccellenza mondiale, ma è morto ai bordi del cratere da 1 miliardo e mezzo scavato dai debiti dell’ospedale.
Lontano da queste colline, inzuppate d’acqua e umidità, sono in tanti a esercitarsi nell’arte del tiro al bersaglio. Anche chi s’inginocchiava per accelerare un ricovero o un consulto. Ma chi ascolta le parole del vescovo capisce che un metro per misurare don Luigi non c’è. E però il suo spessore, impastato in quel realismo visionario che è il cristianesimo, non può essere cancellato. Così alla fine un lungo applauso, affettuoso ma anche rabbioso, quasi di protesta per il veleno soffiato in questi mesi, corona la cerimonia. La corale Piccole Dolomiti, che ha cantato durante la funzione, lascia il posto alla banda che precede il feretro verso il cimitero. È un funerale a misura di questo personaggio, cresciuto senza rete, in bilico fra il laboratorio di ricerca e la sagra di paese.
In fondo don Luigi era simile a molti imprenditori della sua terra che, magari senza sapere una parola di inglese e conoscere le sofisticate strategie del marketing, conquistavano il mondo. La sua corsa finisce - per ora, perché in seguito la salma verrà traslata al San Raffaele - al camposanto di Illasi, fra gli olivi e le vigne. Su un cavalletto hanno scritto: «Don Luigi Verzè, sacerdote e medico come Gesù». A due passi una corona di fiori porta finalmente una doppia firma illustre: Letizia e Gian Marco Moratti. Vittorio Sgarbi punta il dito, elencando alcune assenze ingombranti: «Avrebbe dovuto esserci Pisapia, avrebbe dovuto esserci Formigoni, avrebbe dovuto esserci Berlusconi, ma Berlusconi non è vile. Qualcosa farà». Cacciari invece cita don Milani: «Alla fine della vita ha le mani veramente pulite solo chi le ha tenute sempre in tasca».