Da "Apple" a "David Banda" la fantasia scatenata dei vip

«Nomen omen», dicevano i latini. Nel nome c’è un destino. Rivista oggi la questione potrebbe essere derubricata a un’altra voce: nel nome c’è un’operazione di marketing. Perché la scelta di quell’identificativo con cui verrai ricordato, additato, adorato o maltrattato per il resto della tua vita è diventata per molti, specie per i Vip, un’operazione di immagine. Che vuol dire che se sei della «casta», non puoi chiamarti Luigi o Gianni, John o Paul, Louise o chissa che. No. Il marketing impone che - a costo di coprirti di ridicolo - i tuoi genitori ti affibbino un marchio unico per il resto dei tuoi giorni.
E così tra i famosi dei set hollywoodiani o tra le star della musica internazionale l’ordinario è «out», a tutti i costi. C’è Gwyneth Paltrow che ha chiamato la sua primogenita Apple, Louis Veronica Ciccone, che già in arte ha scelto Madonna, la sua bimba (quella avuta con Carlos Leon, il suo personal trainer) ha deciso di chiamarla Lourdes Maria, mentre gli altri due, figli di Guy Ritchie sono Rocco e David Banda (quest’ultimo adottato nel Malawi). Tom Cruise e Katie Holmes hanno pensato a Suri. Antonio Banderas ha pensato a Stella del Carmen, Cher a Chastity, Stephen Spielberg a Destry. E gli italiani? La Bellucci ha voluto Deva per la creatura avuta con il suo Vincent Cassel, Naike Rivelli (figlia d’arte per la quale Ornella Muti aveva già scelto un nome fuori dal comune) ha voluto Akash. E poi c’è John Elkann: lui ha pensato a Oceano.