«Apprezzo il suo sforzo per diventare qualcuno»

RomaMa che coincidenza: quel gamberetto di Audrey Tautou, le cui ossa già si contavano ne Il favoloso mondo di Amélie (2001), reclamizza il film di Anne Fontaine Coco avant Chanel: l’amore prima del mito, subito dopo aver girato lo spot per il profumo della maison dalle due «c» (e con Jean-Pierre Jeunet, stesso regista di Amélie e di Una lunga domenica di passioni, con lei superstar). Operazione marketing, col pretesto di riesumare Mademoiselle, icona di stile e femminista ante-litteram, mentre sta per sbarcare a Cannes un altro film sulla stilista (qui, Anna Mouglalis), innamorata del compositore Igor Stravinskij? Fatto sta che nel quinto mese dell’anno (la Chanel era fissata con la numerologia), ecco l’androgina Audrey, internazionalmente lanciata dal Codice da Vinci e platealmente lasciata dall’ex-fidanzato Matthieu Chèdid, fissarci con gli occhietti scuri, ridendo a scoprire le gengive. Del resto, il padre fa il dentista: è stato lui, in omaggio alla Hepburn, a sceglierle il nome di un’altra diva da tubino nero, ballerine, capellucci corti. Così l’attrice se la ride: è lei Coco, è lei la più pagata del cinema francese, infine è lei che d’una certa candida freschezza ha fatto il proprio marchio doc. Nata nel 1976 in un paesino della Auvergne, la Tautou interpreta bene la creatrice di moda, che pensava d’avere un nome da cortile. Nel film ruba dall’armadio del suo amante (il belga Benoit Poelvoorde, col quale Audrey pare abbia una storia, visto che lo bacia in terrazza, a Parigi) pantaloni e cravatte; piange quando le muore Boy, l’uomo del cuore e trionfa alle sfilate dei suoi intramontabili tailleurs.
Cara Audrey Tautou, come ha fatto a calarsi nel ruolo di Gabrielle Chanel?
«Ho letto molti libri su di lei, guardato varie foto, frugato negli archivi televisivi. Scegliendo, poi, di farmi la mia personale opinione sulla verità di questa giovane donna».
E quale opinione s’è fatta di Coco?
«Non avendo paura d’incarnarla, l’ho rappresentata come una donna, che doveva diventare qualcuno. Guardando le foto, ho notato che teneva sempre la schiena dritta. Anche in mezzo al caos psicologico... Chanel aveva incertezze, era timida. Ma l’ho “trovata”, senza cercarla».
Come mai, secondo lei, ora c’è tanta attenzione sul mito Chanel?
«Mi chiedo, invece, come mai non ci fosse prima, tanta attenzione. Ho dovuto aspettare anni, prima d’incontrare una regista adatta a realizzare questo film. Da povera orfanella, la mia Coco diventa un’icona del lusso, dell’eleganza. È una fonte ispiratrice incredibile, per il cinema!».
Dai suoi film più noti emerge una precisa identità francese, non solo fisica. Casualità o scelta?
«Amo il mio paese. E sono talmente francese da non pormi neanche la questione identitaria. Sono felice che il cinema francese esista, anche grazie a una politica che ci permette una produzione importante e diversificata. Però non sono una cinefila, rimanendo pur sempre una provinciale».
Qual è il tratto che più le piace, di Coco Chanel?
«Il suo femminismo. Il fatto che non dipenda da un uomo: non sopporto le donne-oggetto! Perciò sono riuscita a raccontare una donna, che si è data la possibilità concreta di contare qualcosa. Oggi non abbiamo più tante barriere, anche grazie a lei: se una non è sposata, non è più la scema del villaggio. Coco resta un esempio fiammeggiante, per ogni epoca».
E lei ha qualche sogno da inseguire?
«Mi piacerebbe cavarmela meglio col bricolage: adoro realizzare tavoli e mobili con le mie mani. Mi piacerebbe imparare lo spagnolo. E vorrei fare il giro del mondo in barca a vela: naturalmente, il capitano sarei io».