Aprì le porte a Krusciov e impedì a Prodi di smantellare l’Italsider

A cento anni dalla nascita il cardinale Giuseppe Siri ricordato a Palazzo Ducale da Bertone Pericu e dal senatore Andreotti

Alessandro Massobrio

Ieri, nel centenario della nascita del Cardinale Siri, l'arcidiocesi della nostra città, insieme con Regione, Comune ed Autorità portuale, ha voluto celebrare l'evento con un convegno sulla figura e l'eredità storica del grande porporato. Una autentica folla - e non soltanto di anziani o di persone di mezza età ma di giovani e giovanissimi - ha fatto corona, nella Sala del Gran Consiglio di Palazzo Ducale, agli interventi del Cardinale Bertone, di Giulio Andreotti, di Nicla Buonasorte e di Carlo Russo. Nel pomeriggio, sono poi intervenuti il vescovo di Ventimiglia, Giacomo Barabino, i monsignori Molinari ed Anfossi, il professor Cassaniga ed il dottor Gavotti.
Era curioso come i posti in prima fila presentassero anche cromaticamente una netta differenziazione. Alla sinistra degli oratori, la lunga teoria dei berretti violacei dei prelati liguri, tutti in qualche modo legati, nel corso della loro esistenza, al Cardinale Siri (da monsignor Piacenza a monsignor Tanasini, Calcagno e Grone), alla destra la folta rappresentanza delle autorità civili. Dal sindaco Pericu a Claudio Burlando ed Alassandro Repetto. Senza naturalmente dimenticare il cattolicissimo Massimiliano Costa, vicepresidente della giunta regionale, nonché insegnante di religione.
Che cosa avrebbe avuto da dire Siri a questi cattolici di centro sinistra, che coniugano con tanta disinvoltura Marx con i precetti del Vangelo? A tutti lo ha spiegato, in un intervento breve quanto efficace, il sindaco Pericu, rievocando un episodio di gioventù dei primi anni Sessanta. Al Cardinale Siri, durante una lezione tenuta alla presenza di alcuni universitari, qualcuno chiese che cosa ne pensasse di un problema a quel tempo di grande attualità, vale a dire la possibilità che la DC si alleasse con il Partito Socialista.
Il Cardinale fu imperturbabile. Con la sua solita logica, temprata sul fuoco del più intransigente tomismo, dimostrò come materialismo storico e messaggio cristiano non avessero niente in comune. E si spinse tanto indietro nella dimostrazione che - come ha raccontato Pericu - finì per andare a scomodare Plotino e il neoplatonismo.
Ma che l'arcivescovo di Genova fosse uomo di finissima cultura e di inflessibile intransigenza dottrinale lo ha anche dimostrato il lungo (e applauditissino) intervento di Nicla Buonasorte, giovane ricercatrice, che presto darà alle stampe, per i tipi del Mulino, il frutto delle sue ricerche nell'archivio arcivescovile.
Tutte centrate sul rapporto di Siri con i vari pontefici del Novecento, invece, le parole del Cardinale Bertone. Delfino e prediletto di papa Pacelli, consigliere di Montini e di Woytila, buon amico di papa Luciani, l'arcivescovo di Genova esercitò su Giovanni XXIII una sorta di invisibile tutela. Tanto che spesso e volentieri il «papa buono» chiese ed ottenne lumi circa la sua azione diplomatica al presidente della Cei, che a quel tempo era, per l'appunto, Giuseppe Siri.
Sembra che questi colloqui si svolgessero nei giardini vaticani, in presenza di quella statua della Madonna della Guardia, che in quei luoghi aveva voluto il papa ligure Benedetto XV. Si era nei primi anni Sessanta, durante quello che i giornali del tempo chiamavano disgelo. Un disgelo segnato dalla visita a Roma dell'importante membro della nomenclatura sovietica Adjubei, genero di Nickita Krusciov.
Il personaggio in questione aveva chiesto udienza al pontefice e da qui l'insolubile problema: riceverlo o non riceverlo? Giovanni XXIII si rivolse dunque a Siri, già immaginandosi però un parere nettamente contrario. Il suo stupore fu perciò grande quando il porporato genovese si mostrò invece favorevole. «Vostra Santità - disse al papa - lo riceva pure. Perché quella gente lì, quando chiede un incontro con noi preti, è perché sente vicina la fine». Una previsione che la storia avrebbe confermato nel giro di pochi anni.
Breve ma davvero intenso, infine, l'intervento del senatore Andreotti, che conobbe Siri da studente universitario, verso la fine degli anni Trenta, presso l'Immacolata di Via Assarotti a Genova e che lo avrebbe poi nuovamente incontrato, a guerra finita, a Camaldoli. «Figura stupenda di italiano e di pastore», Siri è rimasto per il senatore a vita come l'esempio più fulgido di difensore di poveri ed oppressi. Alla faccia di quanti videro in lui l'aristocratico paladino di capitalisti ed arricchiti.
Per comprovare questa particolare sensibilità sociale, Andreotti ha letto alcune pagine della corrispondenza intercorsa, negli anni della prima repubblica, tra lui ed il cardinale di Genova, rivelando ad esempio, come nel 1966 Siri si fosse prodigato per impedire il trasferimento degli stabilimenti petroliferi di Garrone. Trasferimento che avrebbe provocato in città una grave crisi occupazionale. E come qualche anno più tardi, nell'87 egli inviasse ben tre messaggi minacciosi al manager di turno per impedire lo smantellamento dell'Italsider. E quel manager - guarda caso - si chiamava Prodi.