Apre la Mostra del cinema Clooney e Pitt al Lido

Opere inattese e film con i divi Clooney, Pitt (<strong><a href="/video.pic1?ID=venezia_arrivapitt">video</a></strong>), Theron e Hathaway. Tema dominante: il declino di legami e sentimenti. Madrina della kermesse <strong><a href="/a.pic1?ID=286191">Rappoport, la &quot;sconosciuta&quot; che teme i tacchi alti</a></strong>. E Müller <strong><a href="/a.pic1?ID=286064">ribatte alle polemiche</a></strong>

Venezia - L’onda lunga della globalizzazione è arrivata al Lido coi suoi effetti negativi: il lungo sciopero primaverile degli sceneggiatori di Hollywood ha infatti ridotto il numero dei film pronti per l'estate. Quindi anche i pochi che avrebbero interessato la Mostra e che a loro volta sarebbero stati interessati alla Mostra (è pur sempre pubblicità gratuita), se non ai suoi premi che di solito vanno ad altri tipi di film e che comunque sono quasi ininfluenti sugli incassi mondiali. Per questo e per altre ragioni d'opportunità (a novembre si voterà per il presidente negli Stati Uniti) manca anche W., l’atteso film su George W. Bush di Oliver Stone.

Ma l’assenza di alcuni dei film più ambìti riguarda anche il cinema italiano: persi dopo vana lotta col Festival di Cannes Gomorra di Matteo Garrone e Il divo di Paolo Sorrentino, quest'edizione deve rinunciare anche a Baarìa di Giuseppe Tornatore, non ancora finito. Comunque messi i film italiani in concorso sono ben quattro! Sapremo presto quanto sia stata scelta estetica e quanto acquiescenza verso l’autopromozione del prodotto nazionale. Se le voci hanno un peso, di due di questi film - specie di Birdwatchers di Marco Bechis - si parla bene...

Oltre a ciò, che cosa resta d'importante a questa Mostra che si rivela ogni anno più fine a se stessa? Innanzitutto la possibilità di inserire in concorso un numero di film inattesi maggiore di quanto si prevedesse. Gli esordienti sono importanti come unico rimedio - da verificare naturalmente - all' aria stagnante, da «club degli habitué», che opprime tutti i grossi Festival. Su quello di Cannes aria fresca ha cominciato a spirare in primavera proprio per indiretto merito di inattese assenze. Se la Mostra avesse avuto l’ennesimo Woody Allen o l’ennesimo Pedro Almodóvar, li avrebbe presi a scatola chiusa.

È bene che invece sia arrivato altro, sebbene oggi il film d'apertura, Burn after Reading, sia l’ennesimo dei Coen e l'ennesimo con George Clooney e Brad Pitt. I festival hanno bisogno dei divi? Ma ai festival vanno sempre i soliti divi, inclusa la Theron, che è prevista in arrivo per The Burning Plain di Guillermo Arriaga, in concorso dopodomani. Per età lei è meno inflazionata, ma dieci anni fa era già qui con Celebrity, proprio di Allen. E prima ancora s'era fatta un nome girando uno spot pubblicitario a Portofino. Questi semidei assicureranno la quota congrua di glamour, ma che cosa rappresentano per il grosso degli spettatori, che hanno meno di venticinque anni, il cinquantenne Clooney, il quarantenne Pitt e la trentenne Theron? È comunque probabile che il fuori concorso Burn after Reading incasserà in Italia, da solo, più di tutti gli altri film in concorso alla (o fuori della) Mostra, anche se la formula è quella solita dei Coen: commedia venata di giallo, con un tocco di Cia, che nei festival non guasta mai. Così, con due generi mescolati e un' ombra di politica, s'intercettano - se non le telefonate e le mail, come fanno i servizi segreti - sia il pubblico femminile, sia quello maschile. Di solito poi si scontentano entrambi, ma pazienza...

Pare più interessante, sulla carta, il film di guerra della regina del cinema d'azione americano, Kathryn Bigelow. Il suo Hurt Locker è ambientato fra gli artificieri americani in Irak, ma non concorre alla quote del glamour, perché i suoi non sono divi, ma solo attori famosi (Ralph Fiennes, Guy Pearce) e nel film hanno ruoli marginali.

Il terzo film americano, Rachel Getting Married di Jonathan Demme, con Anne Hathaway, in concorso mercoledì 3 settembre, ci ripiomberà in vicende di distruzione e (forse) ricostruzione familiare, tema egemonedi questa Mostra. Dello stesso genere, mutatis mutandis, anche il quarto film americano, The Wrestler di Darren Aronofsky, in concorso venerdì 5 settembre.

Fenomeno americano, dunque? Eminentemente, visto che Hollywood lo martella fin dai tempi di Clinton. Ma esso ricorre in film d’ogni Paese presenti qui, specie negli italiani, salvo quello di Bechis: è come se la generazione di cinquantenni/sessantenni che oggi scrivono e dirigono film constatassero il fallimento di ideali, utopie, unioni. È quel che capita a chi s'è illuso che le famiglie si mantengano con l'amore, anziché con l'affetto.

Dove trovare film diversi, di quelli che quasi solo in un festival arrivano? Sempre il tam-tam dei bene informati indirizza al cartone animato giapponese The Sky Crawlers di Mamoru Oshii, in concorso martedì 2 settembre. E probabilmente insolito sarà anche Achilles and the Tortoise di Takeshi Kitano (Leone d'oro nel 1997 per Hanabi), in concorso domani. L'ultima presenza di Kitano alla Mostra era stata con il modesto Takeshi's. Poiché Kitano fa ogni volta qualcosa di diverso, in questa storia triste d'artista - un pittore, come anche Kitano è - darà forse una stupefacente prova della malinconia/ autoironia che l'ha reso raro motivo per un critico cinematografico d'amare ancora il cinema.