Ara Pacis, il dovere dell’intransigenza

Se c’è un principio cui non si può rinunciare, parlando di valori assoluti, è l’intransigenza. Non consentirò a nessuno di valutare in termini relativi o personali ciò che invece riguarda i fondamenti stessi della tutela della civiltà e della sacralità dei valori artistici. In tutta questa vicenda dell’Ara Pacis, in cui le responsabilità negative dell’amministrazione comunale e dello Stato si confondono, ciò che più mi amareggia è la posizione servile di alcuni intellettuali pronti a firmare manifesti retorici (come nell’incredibile vicenda della doverosa restituzione del «Seppellimento di Santa Lucia» del Caravaggio alla chiesa per cui l’opera fu concepita) e conniventi e silenziosi di fronte al sacco di Roma con mostruosità inconcepibili che cancellano anche la memoria dei luoghi come nel caso sconvolgente (perfino peggio dell’intervento di Meier all’Ara Pacis) di piazza San Cosimato a Roma. Difende con orgoglio queste imprese un tal assessore Morassut il quale non si ferma neanche davanti a piazza di Spagna addobbata con ridicole panchine. Contro questi errori si alzano le voci di comitati spontanei e di un coraggioso rappresentante dei commercianti come Gianni Battistoni. Ma dove sono Giulia Borgese, Vincenzo Consolo, Erri De Luca, Rossana Bossaglia, Caterina Bon Valsassina, Giuseppe Vasile, pronti a firmare manifesti contro Totò Cuffaro, in difesa del Caravaggio restituito alla chiesa, mentre davanti ai loro occhi si compie il sacco di Roma? Il più ridicolo di tutti, non contento di aver autorizzato - lui che capisce l’arte contemporanea! - l’altare del Duomo di Padova mostruosa concezione di Giuliano Vangi, non diversamente dall’altare e dal pulpito per il Duomo di Pisa, è Maurizio Calvesi, il quale sente la necessità di sostenere Veltroni contro le mie «piazzate» e il mio «qualunquistico giudizio sulla sistemazione dell’Ara Pacis». Per Calvesi «l’architettura di Meier è un capolavoro». E, visti i precedenti, non possiamo stupircene. I suoi argomenti sono semplici nella patetica convinzione che il mondo universitario sia il luogo di tutte le perfezioni (e dimenticando che Veltroni e Rutelli non sono neppure laureati) e che al di là del merito (non ebbero cattedre Giacomo Debenedetti e Federico Zeri) il metodo da lui adottato è raccomandare i propri protetti nei concorsi: «Sgarbi non è neanche professore perché è stato regolarmente respinto ai concorsi universitari a cui ha partecipato», io, visti i professori come lui, l’ho sempre considerata una ragione di orgoglio. Calvesi non si preoccupa di difendere la città di Roma dalle selvagge aggressioni che ne sfigurano il volto in perfetto contrasto con i principi cui è stato educato. Ciò che immalinconisce, in lui, è la mancanza di vergogna, la propensione ad adulare, l’indifferenza per la sua responsabilità nella difesa del patrimonio artistico. L’orrore compiuto davanti alla chiesa di San Cosimato non ammette silenzi e complicità. Luciana Marinangeli a nome di 571 abitanti di Trastevere, osserva desolata il dissennato progetto di riqualificazione della piazza, indicando il «panorama desolante di squallidi capannoni da lager in alluminio e compensato che copre fino al primo piano il palazzo più antico e che dovrebbero servire da mercato, e le lunghe grandi muraglie che isolano le piante... di fronte al protiro viene creata una barriera architettonica di 18 gradini, pericolosissima per i molti abitanti anziani della piazza decorata con un mosaico moderno con un tuffatore nudo di cui non si vede la necessità... tutta la piazza è coperta non da ventagli di selci della tradizione romana, ma di orrida mesta basaltina grigia, già rotta in più punti... una corona di bellissimi oleandri colorati piantati dal sindaco Petroselli che correva tutta intorno ai due ettari della piazza è stata estirpata in piena fioritura...». Nessuno ha tenuto conto della richiesta dei residenti favorevole a un restauro conservativo. E Calvesi? Calvesi tace. Come la Bon Valsassina e tutti gli intellettuali virtuosi cui dovrebbe essere cara non solo la città di Roma, ma una rigorosa metodologia di restauro, oltre che dei dipinti, anche dei centri urbani. Davanti al sacco di Roma il silenzio degli intellettuali (con l’eccezione di Pietro Citati), è doloroso, perché Veltroni è intoccabile e Rutelli può essere utile. Dovrò allora ricordare che, appena nominato sottosegretario ai Beni culturali, il 13 giugno 2001 il professor Calvesi mi scrisse una lettera congratulandosi per la mia nomina e chiedendomi favori per sé e per la moglie. In quella lettera, insieme agli elogi per me, nella prospettiva di cinque anni di governo, ci sono anche giudizi negativi e accuse al presidente del consiglio nazionale dei Beni culturali Giuseppe Chiarante e alla sovrintendente Sandra Pinto («l’arte moderna e contemporanea è nelle mani di un’assoluta nullità, la Pinto»). E intanto mi chiede una raccomandazione per sostenere la moglie Augusta Monferini che «ha vinto con sentenza definitiva il suo ricorso contro la Pinto», mentre «il Veltroni-Melandri ha fatto finta di nulla». Insomma nonostante la mia lontananza dal mondo universitario, «Caro Vittorio sono felice della tua nomina e mi complimento». Con grande coerenza oggi Calvesi ritorna a Veltroni ed è pronto a sostenerne le imprese. Unica variante è che, nel frattempo, io sono stato chiamato a insegnare all’università di Enna. Ma le mie idee rimangono le stesse.