Arabi sempre più antiamericani: attaccato l’ambasciatore in Siria

di Fiamma Nirenstein

Mentre Assad si avvia alla sua vittima numero 2800, nel suo nome (proprio al grido di “Abu Hafez”, padre di Hafez, soprannome per Assad) una folla di sostenitori del dittatore ha assalito a Damasco l’ambasciatore americano Robert Ford con pietre e pomodori. Ford era andato in visita con altri diplomatici a un leader dell’opposizione. Anche la sua ambasciata era stata messa sotto assedio l’undici luglio dopo una visita di Ford nella città ribelle di Hama, quasi che attaccare gli americani sia una funzione della repressione del dittatore siriano. Assad, invece di scusarsi, ha dichiarato che «prese di posizioni recenti dell’amministrazione americana ci dimostrano che gli Stati Uniti sono coinvolti nell’incoraggiare gruppi armati a praticare la violenza contro l’esercito siriano».
Assad sa invece benissimo che, anche se adesso è difficile chiedere benevolenza verso la sua traballante e crudele gestione del potere, pure gli americani hanno fino all’ultimo sperato che il raìs si emendasse dalle sue simpatie terroristiche e dal rapporto con l’Iran, fino appunto all’invio da parte di Obama in gennaio di un nuovo ambasciatore dopo che il precedente era stato richiamato in seguito l’assassinio di Rafik Hariri nel 2005. La baldanza antiamericana di Assad trova uno sfondo nell’incontro coll’ex primo ministro libanese Salim al Hoss. A lui Assad, ringalluzzito dalla incapacità del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di comminargli finalmente adeguate sanzioni, ha dichiarato che ormai è fatta: «È una questione di settimane».
Il fuoco antiamericano di Assad non è isolato, è ormai parte di un incendio che certo non faceva parte delle aspettative di Obama, e che invece arde in varie parti del mondo arabo. A Ramallah, dopo il discorso del presidente americano all’Onu, molti degli entusiasti sostenitori di Abu Mazen portavano cartelli in cui il presidente americano ha le fattezze di una scimmia con la scritta: «Il primo presidente ebreo degli Usa». Un bel cartellone razzista, che però non è una novità: anche Condoleezza Rice ai tempi di Bush era rappresenta come una scimmia nei media palestinesi e arabi in genere. E in Egitto, dopo che l’ex presidente Mubarak era stato accusato di essere un servo degli americani, adesso si delinea uno scontro politico con gli Usa, dato che il Dipartimento di Stato ha chiesto alla nuova giunta al potere di cancellare lo stato di emergenza adesso restaurato. Non è ancora uno scontro aperto, ma se il governo militare vuol tenere duro, cos’è meglio di quell’antiamericanismo cui già i bambini vengono avvezzati dai banchi di scuola? Ah già, dimenticavo: l’antisemitismo.