Gli arabi si ritirano: i porti americani a una società Usa

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Colpo di scena nella contrastata vicenda della gestione dei principali porti degli Stati Uniti da parte di una società di Dubai. La Dubai Ports World ha deciso a sorpresa di farsi da parte, venendo così incontro alle preoccupazioni che si erano andate diffondendo in America. La società degli Emirati ha spiegato di aver preso la sua decisione alla luce degli ottimi rapporti commerciali che esistono tra gli Stati Uniti e il governo di Dubai (uno dei sette che compongono gli Emirati Arabi Uniti, ex colonia britannica indipendente dal 1971 e ricchissima di petrolio e gas naturale) da cui è controllata. Per non incrinare questi rapporti alla luce delle polemiche di questi giorni, la Dubai Ports World ha deciso di trasferire il contratto a un’entità americana, senza per questo rinunciarvi: alcuni sospettano per questo un’operazione di maquillage e il Senato ha già deciso, con un voto, di portare avanti l'azione per bloccare il contratto.
La Commissione stanziamenti della Camera di Washington aveva bocciato il progetto del governo di affidare la gestione di 21 porti americani, fra i quali sei di primaria importanza, alla multinazionale araba. L’idea aveva suscitato polemiche vivacissime e obiezioni quasi unanimi fin dal momento in cui fu annunciata. E ciò nonostante il presidente Bush aveva continuato a difenderla, perfino dopo avere ammesso di non essere stato informato dell’iniziativa. Tecnicamente si tratta di un «merger» tra i tanti dell’era della globalizzazione: l’acquisizione della società britannica Peninsular and Oriental Steam Navigation da parte della Dubai Ports World, ma l’opinione pubblica americana aveva subito considerato con allarme l’idea che la sicurezza dei porti d’ingresso agli Stati Uniti fosse, nell’ora del terrorismo islamico, «messa in mano a degli arabi». Opinione condivisa, nei vari sondaggi, da almeno il 75 per cento dei cittadini; una proporzione che si è riflettuta, anzi ingigantita nel voto del Congresso: due sì al progetto difeso da Bush, 60 no.
La Casa Bianca aveva lasciato intendere di voler apporre il suo veto alla legge che proibisce questo accordo, ma le proporzioni del voto indicavano che gli oppositori avrebbero trovato facilmente sia alla Camera sia al Senato i due terzi di no richiesti per annullare il veto presidenziale. A ribellarsi sono stati tra l’altro, praticamente unanimi, i parlamentari repubblicani, da tempo scontenti della politica presidenziale, ma soprattutto attenti alle indicazioni dei sondaggi che danno Bush ai minimi storici di popolarità.
Non ha giovato, in tale contesto, l’appoggio alla «operazione Dubai» manifestato dal generale John Abizaid, comandante delle forze Usa nel Medio Oriente, che ha definito Dubai «essenziale per la nostra sicurezza nella regione». Molti hanno trovato «aberrante» che per proteggere una base militare all’estero si debba «rischiare di esporre a rischi maggiori il territorio americano». Ora la decisione della Dubai Ports World ha risolto una questione molto delicata.