Gli arbitri ricorrono ai grandi vecchi per uscire dai guai

Al lavoro Campanati, Gussoni e Lombardo per convincere i cinque candidati a farsi da parte: tutti d’accordo tranne Nicchi. Casarin: «La gestione Bergamo-Pairetto ha messo in crisi il sistema». Problemi per la designazione di Roma-Milan

Franco Ordine

Se si muovono loro, i padri nobili degli arbitri, è segno che la casa brucia e c’è il rischio di un incendio distruttivo. I padri nobili dell’Aia sono due storici dirigenti, Giulio Campanati, grande fischietto degli anni ’50 e ’60 e poi presidente del settore (con Sordillo a capo della federcalcio), e Cesare Gussoni, imprenditore apprezzato, designatore inflessibile con gli usi e i costumi della categoria (scoprì il regalo di un orologio fatto a Pairetto e andò su tutte le furie, il suo motto era «spogliatoi degli arbitri sgombri da persone e da cose»). Insieme i due fanno una coppia collaudata. Nel momento del bisogno non si sono mai tirati indietro per dare una mano all’associazione. Così è successo per l’ultima emergenza legata all’elezione del nuovo presidente dell’Aia. La riunione milanese dei 5 candidati si è svolta negli uffici milanesi di Gussoni, con la partecipazione del notaio Lombardo, ex presidente dell’Aia (ai tempi del mondiale Usa) attuale vice-presidente della Lega di serie C. Oltre a suggerire l’incontro con Pancalli (si svolgerà questa mattina a Roma) hanno lavorato a individuare le pecche del regolamento preparato da Agnolin (con l’ausilio di Coccia e controfirmato dal commissario della federcalcio) e a trovare una soluzione che metta fine al «tutti contro tutti». I cinque candidati schierati in campo sono uno sproposito, l’effetto del clima avvelenato. I due saggi, Campanati e Gussoni cioè, stanno preparando una svolta: chiedere ai 5 concorrenti di ritirare le proprie candidature al fine di favorirne un’altra, eccellente, che raccolga una grande percentuale di consensi. Mattei, Sagrestani, Pezzella e Di Cola sono d’accordo a fare un passo indietro, l’aretino Marcello Nicchi, invece, convinto d’avere i voti sufficienti per farsi eleggere, sta resistendo. Dal vertice romano di questa mattina può uscire un primo accordo: modificare il regolamento elettorale pieno di sbavature (il presidente si ritroverebbe senza maggioranza in consiglio, le figure locali, tecniche e politiche, riunificate, gli organi tecnici aperti ad allenatori ed ex calciatori).
La tesi Casarin. Dall’altra emergenza, quella tecnica, emersa sui campi della serie A, è più difficile uscire. Paolo Casarin, intervenendo a «Matrix», l’ha detto apertamente tracciando un fosco panorama. «Bisognava lavare i panni sporchi in pubblico per dare credibilità al settore, sostenere quegli arbitri a disagio perché coinvolti ingiustamente. Adesso è tardi ed è bene prepararsi ad altri errori. Il vecchio sistema, da Carraro a Bergamo-Pairetto, ci ha lasciato in eredità arbitri con 200 partite di A e arbitri con 5 partite» la sua fredda analisi. In aperto contrasto con la richiesta della tecnologia (moviola in campo). «Se la casa brucia non si può rimpiangere il tosaerba utile a sistemare il prato verde» è la sua fulminante battuta.
Toto-arbitro. In questo panorama critico, molto critico, quasi disperato sta diventando un rompicapo la scelta dell’arbitro di Milan-Roma, la prossima sfida calda del campionato. Perché in campo ci sono le proteste dei rossoneri e dall’altra le preoccupazioni romaniste («non fateci scontare i torti subiti da Ancelotti»). «Bel giochino da fare la scelta del fischietto» comincia Graziano Cesari, commentatore di Controcampo e di altre tv regionali. «La sfida tocca a un internazionale. Trefoloni non può per i noti motivi, Rosetti ha appena diretto la Roma, Bertini ha i problemi di Pieri con i rossoneri, Farina è reduce dalla baruffa con Seedorf: non c’è molto da scegliere». Alla fine viene fuori il nome di Messina, che ha già diretto, senza grandi consensi, il derby dell’anno scorso, Milan-Inter 2 a 3. «Altrimenti meglio rivolgersi a un debuttante. Con i giovani, inesperti ma liberi di testa, senza scheletri nell’armadio si può superare l’emergenza» è la teoria di Cesari. Se Tedeschi, attuale designatore, gli desse ascolto non sarebbe poi tanto male.