Arbitri stranieri, la casta non li vuole

E adesso Collina come si comporterà? Nell’ultimo week-end, per uscire dal tunnel delle polemiche, ha chiamato a raccolta gli arbitri più esperti facendo fare gli straordinari a Rocchi, Rosetti e Farina che hanno diretto la terza partita consecutiva. Per Farina addirittura tre impegni in 8 giorni. Mai accaduto nel passato recente e lontano. Utilizzati anche Rizzoli, Morganti e Brighi. Un turno eccezionale. Ma non può essere sempre così. E il designatore, passata la buriana, dovrà rimandare in campo anche i fischietti di minore levatura. Non so quanta responsabilità egli abbia. Di sicuro fatica a trasferire il suo «sapere» alla truppa che ha ricevuto in regalo dai designatori precedenti. C’è poi da interrogarsi sugli «internazionali», che non sono mai stati così pochi, appena sette, e così scarsi. Il riferimento a De Marco, Dondarini, Tagliavento e Trefoloni non è casuale. Lasciamo da parte gli alibi di comodo e diciamo con sincerità che la Can di A e B è ai suoi minimi storici. Come dare torto, allora, a Galliani quando chiama in aiuto gli arbitri stranieri e afferma che i nostri giovani fischietti non fanno più gavetta? Questa la dichiarazione resa alla fine della partita con il Genoa in cui l’arbitro Rocchi, neo internazionale, ha negato un paio di rigori al Milan: «Non posso pensare che non ci diano i rigori per partito preso. Gira così ed è normale dopo che la classe arbitrale italiana è stata decapitata. D’altra parte non c’erano altre soluzioni. In passato, prima di arrivare in A, gli arbitri facevano una lunga gavetta. Dopo tutto quello che è successo forse qualcuno è stato catapultato nella massima serie con troppo anticipo. Io piuttosto avrei portato qualche arbitro straniero. Comunque è andata così, speriamo che vada meglio nelle prossime partite». All’estero però ci sono fischietti che diventano internazionali fra i 26 e i 28 anni. A dimostrazione che l’arbitro si afferma nei grandi stadi, ma si forma nelle serie inferiori. E forse dalla D e dalla C non vengono promossi i migliori. È un sistema da riformare nella sua globalità. Assurdo, per esempio, che la sezione di Milano sia ferma a Casarin, fra l’altro di estrazione veneta.
A proposito. Era stato proprio l’ex designatore a proporre due anni fa l’uso degli arbitri stranieri nelle partite più delicate per far maturare i fischietti più promettenti ed evitare di bruciarli sull’altare di impegni proibitivi. L’Uefa era d’accordo. Ma nessuno l’ha preso in considerazione. Il primo a dargli contro fu Agnolin che gli venne preferito nel pieno di Calciopoli. E sapete perché? Perché la casta, nonostante l’inevitabile decapitazione di chi s’era imparentato con Moggi, non andava contaminata. E giù a dire che la precedente esperienza era andata di schifo. Nell’arco di cinque anni, dal 1955 al 1959, 76 partite di A furono dirette da arbitri provenienti da federazioni estere, in particolare austriaci, francesi, balcanici, perfino turchi. L’ultimo fu il transalpino Groppi di Nimes che arbitrò malissimo Talmone Torino–Milan, finito 3-3: non espulse Altafini per un colpo a Bearzot e fischiò la fine con oltre 4 minuti di anticipo. Da quel giorno si chiusero le frontiere. Ma i tempi sono cambiati. È cresciuta la qualità degli arbitri europei mentre è peggiorato il rendimento della classe italiana. Sarebbe bene che Collina, fregandosene di scontentare i suoi sottoposti, ponesse il problema all’attenzione di Figc e Lega. Quanto meno per evitare di dover poi accettare una decisione presa dall’alto. Il confronto non ha mai fatto male a nessuno, lo spieghi a Rocchi e compagnia. Lui non s’è mai spaventato.