Gli arbitri come suore di clausura

A campionato tristemente finito, con scene di gioia che sembravano degne di una fiction televisiva, il mondo dello sport si aspetta un colpo di frusta dal commissario straordinario della Figc in predicato di essere nominato dal Coni. Quanto serve per allontanare il timore che la giustizia sportiva, visto il gran numero di club e personaggi implicati nello tsunami del pallone, non adotti punizioni esemplari. In certe occasioni giustizia può anche fare rima con giustizialismo. Il sospetto è legittimato dal fatto che la Federcalcio non ha preso un solo provvedimento negli otto mesi in cui ha avuto a disposizione i faldoni inviati dalla Procura di Torino. Quanto meno avrebbe dovuto sospendere cautelativamente e a tempo indeterminato i tesserati coinvolti nelle intercettazioni telefoniche, a cominciare dagli arbitri. Lo aveva fatto, a suo tempo, con Palanca e Gabriele. Un passaggio indispensabile: fischietti e sbandieratori non possono essere messi in discussione, è come se la società civile non credesse più nei carabinieri.
E allora, indipendentemente dai futuri verdetti, bisogna restaurare la categoria facendone una casta chiusa, vietata alle società. Gli arbitri come le monache di clausura, per capirci. Al primo punto di questa riforma figura, e non potrebbe essere altrimenti, la cacciata di tutti coloro che hanno patteggiato la carriera con accordi sottobanco e complicità di vario tipo. Poco importa il numero. E poco importa se in questo gruppo rientrano figure di grido. Vorrà dire che le partite di A e B saranno affidate a un gruppo di giovani arbitri provenienti dalla C1: viva i trentenni puliti, al diavolo i cosiddetti «esperti» telecomandati.
Bisogna poi allontanare il settore dai tentacoli della Lega, che fino all’altro ieri esprimeva il nome dei designatori, e affidare alla presidenza federale il compito di nominare il responsabile dell’organo tecnico. E ancora. Immediata e automatica deve essere la penalizzazione in classifica di quelle società che, direttamente o indirettamente, cercano un contatto con i rappresentanti del settore arbitrale per condizionarne i comportamenti.
L’aspetto successivo riguarda i gettoni di presenza: è ora di finirla con gli arbitri che pensano di vivere facendo solo gli arbitri a 5mila euro a partita. Bastano e avanzano 1.500 euro per dirigere una partita di serie A. A confondere la vocazione con la professione, si fanno solo guai. La corruzione è aumentata in modo proporzionale con i guadagni.