Un arbitro pentito si confessa con l’Inter

Gian Marco Chiocci

da Milano

Massimo De Santis, arbitro dal pedigree internazionale, ha preso la parola per difendere se stesso e i suoi colleghi ingiustamente esposti al pubblico ludibrio. Parafrasando ciò che disse l’ex presidente Scalfaro a proposito dei cento milioni al mese percepiti in nero dal Sisde, ha proclamato ripetutamente il «non ci sto» della categoria. Basta con le accuse gratuite, il linciaggio a mezzo stampa, le conclusioni affrettate su spezzoni di intercettazioni. La giacchetta nera di Tivoli, facendo le veci altrui, ha fatto capire che non ci sta a passare da giacchetta nera a uomo nero per antonomasia. Così ha rotto la rigorosissima consegna al silenzio: «Abbiamo sbagliato in campo, non fuori. Non nascondiamo niente».
Eppure il suo, assieme a quello di Farina, Gabriele e Palanca (gli ultimi due già prosciolti nella precedente inchiesta della procura partenopea) è uno dei nomi più gettonati nelle inchieste napoletana e romana che punta ai rapporti con la Gea, la società dei parenti illustri, e con i Moggi, padre e figlio. Al poker di arbitri già menzionati potrebbe, però, aggiungersi presto un altro suo collega ascoltato in qualità di persona informata sui fatti in una precedente inchiesta sul calcio sporco aperta dalla procura di Milano nel 2003 e conclusasi con un’archiviazione. L’autorità giudiziaria competente a ficcare il naso nella Gea sta valutando se chiedere ufficialmente gli atti a Milano per provvedere a una sua volta a una nuova audizione dell’arbitro alla luce degli ultimi risvolti investigativi.
La vicenda in questione vede la luce nell’autunno del 2003 quando più inchieste giornalistiche (tv e carta stampata) cominciano a fare le pulci alla classe arbitrale. Indiscrezioni di vario genere iniziano a gettare ombre sinistre sugli arbitri italiani. I riferimenti a Moggi e alla Gea, seppur tra mille distinguo, scuotono il sistema. Interviene, in scia, la magistratura di Milano anche se la stura definitiva la dà, in realtà, l’arbitro Angelo Bonfrisco che parla di guadagni notevoli fra i colleghi, di «sudditanza psicologica» nei confronti dei grandi club, di assurde riunioni tecniche a Coverciano. Testuale: «Il giovedì si vedevano i filmati della domenica con il commento dei designatori; la disparità dei giudizi a seconda dei club interessati era netto. Il povero Danilo Nucini fu crocifisso per aver dato un rigore dubbio al Bologna contro la Juventus che Cruz, tra l’altro, sbagliò. Era una fallo di mano discutibile. Nucini fu fatto fuori per quattro domeniche. Quando scorrevamo gli errori che avevano favorito le big, invece, Pairetto e Bergamo parlavano al telefono, erano distratti. Difficile ci fosse una sottolineatura cattiva, tantomeno una sospensione dell’arbitro. È un circolo vizioso - conclude Bonfrisco - se vuoi arbitrare devi essere in linea con la volontà del Palazzo e per esservi in linea devi fischiare a favore dei grandi club. È palese come nelle ultime stagioni alcuni arbitri accettino di essere maltrattati dai giocatori più importanti...».
Parallelamente a Bonfrisco e all’incalzare delle polemiche, un altro importante arbitro, originario del Nord, sente il bisogno di vuotare il sacco su presunti favori arbitrali a vantaggio della Juventus. Quell’arbitro un bel giorno prende coraggio, sale in macchina e arriva a Milano. Qui si dirige alla sede dell’Inter dopo aver preso preliminarmente accordi con Giacinto Facchetti, vecchia gloria nerazzurra promosso alla dirigenza della società. L’arbitro e l’ex giocatore si conoscono di vista, non sono amici. Il primo chiede un appuntamento al secondo: «Ho cose importantissime da riferire». A stretto giro di posta Facchetti fissa l’incontro. C’è da ascoltare ciò che la giacchetta nera ha da riferire su presunte combine e arbitri manovrati. L’interlocutore parla e sono tutte cose di sua personale conoscenza. Fa riferimento a «rivelazioni esplosive», rivela fatti specifici, incontri preventivi e pre-partita in determinati alberghi, paventa addirittura l’uso di cellulari riservati (per comunicazioni urgenti e direttive precise oltreché per rendere inutili eventuali intercettazioni). Fa anche i nomi di quelli che, a suo avviso, farebbero parte della paranza disonesta in qualche modo riconducibile all’entourage Juve, a loro volta in contatto con più direttori sportivi di società di A e B e svariati procuratori di giocatori. L’arbitro è un fiume in piena. Giacinto Facchetti lo sta a sentire non per molto. A un certo punto, infatti, lo interrompe invitandolo a non dire una frase in più. Correttamente lo sollecita a recarsi in procura per riferire ai magistrati quanto di sua conoscenza. Quel che è successo poi, nei dettagli, non si è mai saputo. L’inchiesta sarebbe stata archiviata anche perché l’arbitro di serie A che a Facchetti avrebbe svelato segreti irraccontabili sul mercimonio di arbitri e partite, avrebbe fatto parzialmente macchina indietro ridimensionando le precedenti esternazioni. Un comportamento singolare, quello del fischietto pentito. Dettato forse dalla paura di finire stritolato negli ingranaggi del sistema, forse dalla consapevolezza che a fronte di accuse così gravi, in mancanza di riscontri certi, la parte del disonesto rischiava di farla lui.