Arbore ospite d’onore tra le Harley Davidson e i nostalgici del rock

Michele Anselmi

da Senigallia

Sornione come sempre, sale sul palco alle 23 e si prende tutti gli applausi in veste di «madrina» del Summer Jamboree Festival. «Viva Senigallia, viva le Marche, viva l'Italia... M'è venuta così» arboreggia Renzo Arbore, scusandosi per non essersi portato dietro l'orchestra e tributando un classico «God bless you» alle migliaia di spettatori raccolti all’interno del Foro Annonario. Una sorta di Sferisterio, ideale, pur nel bizzarro contrasto di forme, per accogliere la maratona di rock’n’roll, boogie woogie, twist & rockabilly che ha trasformato la ridente e molto di sinistra cittadina adriatica, detta «la spiaggia di velluto», in un tempio del revival a stelle e strisce. Si calcola che la settima edizione del Summer Jamboree Festival (il nome evoca antiche feste rurali in voga nel Sud degli Stati Uniti) abbia totalizzato oltre 70mila presenze. Si può naturalmente sorridere di questa pacifica invasione di bikers tatuati a cavallo di monumentali, rombanti e sgargianti Harley Davidson, massima attrazione insieme alle auto d'epoca americane, altrettanto golosamente osservate dai curiosi: Mercury con le pinne rosse, Chevrolet fiammeggianti, Corvette aggressive, Buick con interni leopardati.
Un gioco? Certo. Del resto, benché la rassegna abbia acquistato ormai una dimensione internazionale, i tre infaticabili timonieri Andrea Celidoni, Angelo Di Liberto e Angelo Piccinini, «quelli di Senigallia» per dirla con Arbore, continuano ad abbigliarsi in puro stile anni Cinquanta, come fossero appena usciti da American Graffiti. Al pari dell’immancabile Dario Salvatori, che ha fatto shopping negli stand impiantati attorno alla Rocca Roveresca, e di qualche centinaia di teddy boys e pin-up, marinai alla Braccio di ferro e fanciulle con abiti a pois, centauri tutta pelle e belle hawaiane.
Vabbè, direte: e la musica? Per chi ama il rock’n’roll c’era da fare ogni notte le tre. Più di venti le band che si sono esibite, molte dagli Usa e dal Regno Unito, più vari ospiti italiani: da Greg (di Lillo&Greg) ai Belli di Waikiki, con menzione speciale per il giovane pesarese Matthew Lee, epigono mica male di Jerry Lee Lewis (come lui, pesta il pianoforte con i tacchi delle scarpe senza sbagliare una nota).
Sabato sera gran sottofinale con gli stagionati Danny & the Juniors, che a noi magari dicono poco, ma in America, nel lontano 1957, restarono ben 21 settimane in classifica con la hit At the Hop. Giacche doppio petto rosso su camicia nera, i tre vocalist italoamericani, due dei quali della formazione originale, hanno ripercorso i loro successi. Le voci magari erano un po’ giù, ma il senso dello spettacolo appariva intatto, specie quando si sono divertiti a imitare i grandi del genere: da Dean Martin a Paul Anka, da Bill Haley a Bobby Darin, per concludere con il Sinatra di My way. Commento di un simil-Elvis di Trastevere che s’era appena fatto gonfiare il ciuffo da un coiffeur locale: «Ammazza come tirano 'sti vecchietti!».