Arcangelo Palmentieri

Era figlio di un vinaio di Casoria, vicino a Napoli. La madre lo avrebbe voluto chierico; il padre, che intendeva farne un falegname, invece lo mandò a Napoli a imparare il mestiere. Ma quello, che la vocazione l’aveva davvero, nel 1832 si fece francescano (perché non aveva i soldi per pagarsi il seminario) nel convento di San Giovanni del Palco in Taurano, dalle parti di Avellino. Col nome di fra’ Ludovico da Casoria, potè studiare a spese dell’ordine e nel 1837 fu sacerdote. Portato per la fisica e la chimica, gli fu affidato l’insegnamento della matematica a Napoli. Aveva trentatré anni nel 1847, quando, mentre era in preghiera in chiesa, cadde in deliquio. Si riebbe consapevole che Dio voleva da lui altro. La sua cella divenne una farmacia per i confratelli malati. Poi, a Capodimonte, creò un’intera infermeria. Nel 1854 cominciò a riscattare e accogliere i bambini africani schiavi. Da qui nacque l’idea di inviare in Africa, dopo averli formati, missionari indigeni, cosa che poi venne praticata su larga scala dal suo amico e collaboratore Daniele Comboni. I soldi per i riscatti li metteva il re Ferdinando II. Il nuovo re Francesco II donò all’opera un intero palazzo. Ma caddero i Borboni e gli ordini religiosi furono soppressi. Il Palmentieri si concentrò allora sull’apologetica, creando riviste, tipografie, ristampe e perfino un collegio. Fondò i Frati della Carità e le Suore Francescane Elisabettine. Nel 1865 partì per l’Africa insieme al Comboni. Rientrato, si occupò di missioni popolari, ospizi per vecchi marinai, orfanotrofi. Morì a Napoli nel 1885.