Arcari, campione gentiluomo all’ombra delle stelle

Uno che nasce il giorno di Capodanno in qualche modo è un predestinato. E Bruno Arcari non ha tradito il segno del destino. Ieri ha compiuto 70 anni, essendo nato in Ciociaria il 1° gennaio 1942, figlio degli anni di guerra e di un papà metalmeccanico che trasferì la famiglia a Genova, dando al figliolo la culla di una storia anche pugilistica. Arcari è stato un grande campione della boxe. E solo il tipico nostro modo di vivere lo sport, sempre sospesi tra un Bartali e un Coppi, lo ha costretto nel cono d’ombra di quell’altra rivalità che ci ha divisi fra Benvenuti e Mazzinghi. Bruno provò vari mestieri: garzone, garagista, carrozziere, benzinaio. Tentò come ala sinistra nel Chiavari. Ma poi il tifo per Duilio Loi lo condusse al ring. E nacque un campione d’Italia, d’Europa e del mondo dei welter juniors, titolo che lasciò da imbattuto.
Ma, soprattutto, Arcari è stato campione nel comportarsi, presentarsi, amare boxe e famiglia. Lo spirito guerriero sul ring, spirito da Rocky Marciano, sempre avanti e senza paura, si tramutava nello spirito limpido, chiuso al limite dello scontroso, pieno di valori interiori quando ne scendeva. Oggi Arcari vive a Deiva Marina, si gode due nipotini e ieri ha festeggiato con la moglie e la figlia.
Trovarsi un passo indietro a Benvenuti è sempre stato un suo piccolo cruccio. Rino Tommasi, l’organizzatore che lo scoprì, provò a farlo combattere nel sottoclou di alcuni incontri di Nino (anche a New York per il terzo match con Griffith). E Rocco Agostino, il manager napoletano-genovese che guidò l’attività di Bruno, non gradiva mai la prospettiva. Ma Tommasi aveva capito quale erano i due limiti di Arcari. Il primo stava nelle sopracciglia, sempre pronte a spaccarsi, tanto da tradirlo nelle uniche due sconfitte della carriera prof, iniziata subito dopo la delusione provata alle Olimpiadi di Tokyo ’64: sconfitto al primo incontro e per ferita da un keniano. La seconda riguardava la personalità poco esuberante al di fuori del quadrato, gli mancava popolarità, appeal sul pubblico. Magari, combattendo nelle riunioni di Nino, poteva conquistarsela. In realtà l’unico appeal venne conquistato a suon di pugni: mancino, dal ritmo asfissiante, un demolitore che entrava e usciva con facilità nella guardia avversaria. Arcari è stato campione del mondo per 4 anni e 8 mesi, in totale nove sfide, tutte vittoriose. Nemmeno Benvenuti e Loi fecero di meglio. E questo portò Arcari a raccontare quel piccolo vanto interiore. «Pugilisticamente non mi considero inferiore a nessuno. In una graduatoria di ogni epoca credo anzi di meritare il primo posto». Anche i suoi guadagni non sono stati da stella mondiale. Incassò un milione, che lo sponsor della sua scuderia integrò con altri tre, per conquistare a Roma (31 gennaio ’70) il mondiale contro il filippino Pedro Adigue, in uno dei match più intensi e duri («Fatica immane, sembrava d’acciaio», ha ricordato). In compenso il filippino portò a casa 40 milioni.
Bruno annovera il top dei suoi guadagni nel mondiale di Copenaghen (1973) contro Jorgen Hansen: 60 milioni per lui e un ko in 5 round per il danese. Altre cifre rispetto agli anni ’80-90. Invece il match con Rocky Mattioli (a Milano nel 1976), l’ultimo della sua storia da pugile di un tempo antico, è rimasto la più bella e attraente sfida fra due italiani. Finì pari e assolse all’ultima promessa di Arcari. «Ai miei figli avevo detto che non mi avrebbero visto mai scendere sconfitto». Così fu: le sconfitte arrivarono solo ad inizio carriera.