Le arci-parcelle delle archistar

Il grattacielo che ospiterà la Regione costa uno sproposito e Cota fa
intervenire la Corte dei conti. Ma a essere enorme è soprattutto il
compenso per il progetto: 22 milioni a Fuksas per un parallelepipedo di vetro

«Ma di cosa vi lamentate? Vi ho pure fatto lo sconto». Questa, senza troppi giri di parole, la risposta (di dubbio gusto) di Massimiliano Fuksas di fronte alla richiesta da parte del governatore Roberto Cota di un chiarimento alla Corte dei Conti a proposito della parcella intascata dall’archistar romana per il progetto del grattacielo che dovrebbe sorgere a Torino in zona Lingotto e ospitare gli uffici della Regione Piemonte.

Ventidue milioni e mezzo di euro: questa la cifra corrisposta a Fuksas. Logico pensare che ogni uomo di buon senso si interroghi davanti a un emolumento del genere, peraltro interamente versato prima ancora dell’apertura del cantiere. Crisi o non crisi, un’esagerazione comunque.

Fino a un certo punto l’idea del grattacielo ha avuto paternità trasversale. Fu l’ex presidente Enzo Ghigo, ora coordinatore piemontese del Pdl, a immaginare un nuovo palazzo nell’ottica di un forte investimento iniziale che in seguito avrebbe potuto portare a un’ottimizzazione di costi e risorse, visto che la Regione è costretta ad affittare la gran parte delle sue sedi. Ma anche, e soprattutto, nell’intento di lasciare un segno architettonico nella città che si preparava a ospitare le Olimpiadi invernali del 2006.

Il concorso internazionale di idee venne vinto da Fuksas che con Torino non ha proprio un rapporto fortunato, essendo l’autore di una delle più clamorose aberrazioni architettoniche, un inutile palazzo in vetro e cemento destinato a ospitare il mercato alimentare dove nessun ambulante è mai voluto andare, oggi in stato di semi abbandono, a perenne memoria dei guasti urbanistici delle amministrazioni comunali sabaude di sinistra, da Castellani a Chiamparino, capaci di massacrare l’arredo metropolitano costruendo una baita di fronte alla Camera di Commercio del grande Carlo Mollino e un gianduiotto in piazza Solferino, un’arena rock dove nessuno ha mai suonato. E piazzando inutili opere d’arte pubblica, come il marcescente giardino di Penone, campione dell’Arte Povera.
A questo punto il grattacielo di vetro diventa l’occasione per la solita querelle tra presunti innovatori e nostalgici conservatori: gli uni lo vogliono a ogni costo come simbolo del progresso e della modernizzazione della città anche se costa uno sproposito, accusando i secondi di essere i soliti reazionari passatisti. E la disputa non può non assumere i contorni politici. Intanto Fuksas, non contento dei 22,5 milioni di euro versati sul suo conto, rimprovera a Cota uno scarso senso dello Stato, incoraggiato in tali dichiarazioni dall’ex governatore Bresso - «il costo della parcella è un aspetto rapportato al valore del progetto e alla complessità dello stesso, si sta parlando del lavoro di decine di persone, non solo del titolare di uno studio di progettazione» - la quale, oltre a non accettare la sconfitta elettorale, rincorre ogni giorno la possibilità di finire sui giornali mentre i piemontesi vorrebbero solo dimenticarla il più in fretta possibile. Parla di etica, Fuksas. Proprio lui che rifiutò di presenziare al taglio del nastro della sua nuova Fiera di Milano perché lui, rifondarolo comunista, mal tollerava la presenza istituzionale del presidente del consiglio Berlusconi.

«Dal punto di vista amministrativo - spiega l’assessore regionale al bilancio Giovanna Quaglia - è più che legittima la richiesta alla Corte dei Conti di una verifica rispetto alla congruità della parcella di Fuksas. In un momento come questo Cota non considera una priorità lasciare un evidente segno del suo passaggio, quanto piuttosto creare le condizioni per far ripartire lo sviluppo in Piemonte a primo beneficio dei cittadini». La questione peraltro verrà affrontata subito dopo Ferragosto e sarà presa rapidamente una decisione, anche alla luce delle penali che la Regione Piemonte potrebbe essere costretta a versare alle ditte vincitrici delle gare d’appalto. Non all’architetto che, a scanso di rischi, è già passato all’incasso.

«Non contesto il valore intrinseco del progetto - dice ancora Quaglia - anche se è probabile che a Torino esistano aree e palazzi che con un adeguato restauro avrebbero potuto ampiamente soddisfare le nostre esigenze». C’è chi addirittura lancia l’ipotesi di un referendum «grattacielo sì-grattacielo no», e chi come la Lega è assolutamente ostile al mammozzone di vetro, anche dal punto di vista estetico.
Una vicenda del genere non fa che confermare il provincialismo italiano in merito alla costruzione di opere pubbliche. Essendosi resi conto che l’ultimo periodo di mutazione dello stile coincide con il ventennio fascista, dopo lo scempio perpetrato dall’abusivismo edilizio, a destra come a manca, ecco la tardiva scoperta dell’archistar, ultimo maître à penser del contemporaneo, cui vengono regalate faraoniche vetrine e occasioni di mettersi in mostra con progetti che, dall’atto del concepimento alla realizzazione (lentissima in Italia, non siamo mica in Giappone), invecchiano di lustri. Ogni città o paesello deve avere il suo Jean Nouvel e il suo Isozaki, la sua Zaha Hadid e il suo Rem Koohlas, il suo Calatrava e naturalmente il suo Fuksas, il cui esotico cognome trae in inganno, facendolo sembrare uno straniero. Chiunque sia, costa un botto.
Mentre ad Amsterdam un intero quartiere nella zona industriale è stato completamente ripensato e ridisegnato da giovani architetti locali under 40, da noi gli studi chiudono e, per arrangiarsi, i giovani si arrabattano in mille mestieri. Pagati in un anno quanto Fuksas guadagna in un’ora soltanto. Roba da fare invidia anche a campioni dello sport come Buffon e a Alonso.