Arcore, gli slogan forcaioli del popolo viola L'alt di Casini: non vogliamo finire come l'Egitto

Popolo viola e centri sociali inscenano una violenta protesta davanti alla residenza di Berlusconi: feriti e due fermati negli scontri con le forze dell’ordine. Di Pietro evoca la &quot;presa della Bastiglia&quot;. Casini: &quot;Non è la risposta giusta da dare&quot;. <strong>SONDAGGIO <a href="/sondaggio_1a.pic1?PID=175">La sinistra di piazza vuole una nuova piazzale Loreto?</a></strong><br />

Scontri pesanti ieri ad Arcore tra manife­stanti e polizia, con assalti, cariche, corpo a cor­po, agenti aggrediti, movimenti di camionette dei carabinieri. I tafferugli più intensi si sono verificati nelle strade vicine alla villa del premier, mentre alcuni giovani lanciavano pietre e bottiglie. La battaglia è durata parecchi minuti, lasciando dietro di sé alcuni feriti lievi, due fermati e un’inquietante sensazione di tensione.

Narrano le cronache che Pierre- Augustin Hulin, giovane sergente dell’esercito francese cui la Storia assegnò il destino di guidare il popolo alla conquista della Bastiglia, prese la guida degli insorti gridando: «Amici, siete buoni cittadini ? Sì, lo siete! Allora marciamo verso la Bastiglia».

Il richiamo alla propria Bontà rispetto al Male Assoluto incarnato dal Tiranno, e la presunzione di agire sempre e comunque per la Giustizia e la Democrazia di fronte a un regime dittatoriale, accomuna tutte le piazze sulle quali, nel corso dei secoli, si è giocata la partita- reale o metaforica- della Rivoluzione.

Ieri, mentre il Popolo Viola marciava compatto verso la fortezza presidenziale di Arcore, eccitato dall’Assemblea costituente di «Libertà e Giustizia» nata col Giuramento del Palasharp di sabato, il giacobino Antonio Di Pietro aizzava la folla al grido - di una nota d’agenzia - «Berlusconi si dimetta. Se non lo farà lui ci penseremo noi a mandarlo a casa. Continueremo a protestare in piazza, insieme ai cittadini, e ci sarà una nuova presa della Bastiglia per riappropriarci della democrazia».

Per azione intenzionale o per eterogenesi dei fini, poche ore dopo il proclama sovversivo di Antonio Di Pietro, l’avanguardia più arrabbiata dei contestatori schierati attorno a Villa San Martino, tra i quali spiccavano anche esponenti dei centri sociali, dalle parole passava alle urla - «Arrestatelo!» - e dalle urla alla provocazione violenta, trasformando quella che fino a quel momento era una rumorosa e folkloristica manifestazione per chiedere le dimissioni del premier in un vero e dissennato assalto. Provocando così la reazione della polizia che, di fronte al lancio di vetri e pietre, ha risposto con manganellate e cariche di alleggerimento.

Riportando sotto controllo una situazione ormai sfuggita alla piazza e ai suoi capi-popolo. I toni rabbiosi e l’atmosfera forcaiola del Popolo Viola alla presa di Arcore erano già stati scanditi, per ore, dai cartelli inneggianti l’abbattimento del Cavaliere e l’instaurazione dal basso della Democrazia: «Siamo in un regime neofascista. Berlusconi è il nuovo Mussolini », «È un dovere democratico abbattere questo regime», «Dimettiti Porco », sciogliendo il nome del Tiranno negli acronimi più invettivi e fantasiosi: «BER-LUSCONI: Bugiardo, Egocentrico, Rabbioso, Lurido, Usurpatore, Subdolo, Canaglia, Occultatore, Nano, Imbroglione» e prefigurandone la fine per morte violenta: «Se non vuoi dimetterti... sparati».

L’attacco a Villa San Martino di ieri, come ogni atto violento, non è scoppiato improvviso, dal nulla. È stato innescato da una miccia lunga, accesa molto lontano. È una deflagrazione, di cui ancora non si possono conoscere la potenza e gli effetti, causata da un riscaldamento progressivo del clima sociale, una radicalizzazione estrema dello scontro politico alimentato da proclami, accuse, invettive, appelli di tutti coloro che rivoluzionari cui la Storia ha riservato un posto dalla parte del Bene- , con il dito alzato e la faccia scura, si sentono sempre migliori di te, per definizione e per destino.

Come i sans-culottes che denunciano in video e sui palchi un nuovo fascismo, come le tricoteuses che firmano sui quotidiani di unità repubblicana lo sdegno violento contro il Capo libertino e illiberale, come i montagnardi dello squadrismo mediatico che in un crescendo settimanale urlano «Al sangue! Al sangue»!, come i girondini- girotondini assiepati al Palasharp di Milano per difendere la “Democrazia-a-rischio”, come il terrorizzante editto del maximilien marxista Alberto Asor Rosa che, non più di dieci giorni fa, sul manifesto ha denunciato come inutile e pericoloso un ricorso alle urne o alle normali procedure democratiche per liberarsi di Berlusconi...

E, si sa, che, scartata la via parlamentare e quella elettorale, non rimane che la rivoluzione. Che di solito inizia con la presa di una qualsiasi simbolica Bastiglia, passa attraverso le ghigliottine - reali o metaforiche- e finisce con lo stravolgere gli ideali iniziali e gli eroi del momento. Come quel Pierre-Augustin Hulin di cui sopra, che guidò gli insorti il 14 luglio del 1789 e meno di quattro anni dopo fu imprigionato come «moderato ». Per aver mal difeso la piazza.