Aree protette, prove tecniche di ormeggio

Il mare costituisce per l’Italia un patrimonio inestimabile per la notevole varietà, e diversità, di specie animali e vegetali. Ma anche patrimonio di testimonianze archeologiche, storiche e architettoniche in un crescendo di paesaggi unici e per certi versi misteriosi. Un enorme contenitore di risorse, quindi, però costantemente minacciato e ferito. Ma spesso qualcuno dimentica che esistono altre risorse che tirano la volata economica a questo strano Paese. Risorse importanti, come l’industria nautica con al seguito tutta la sua lunga filiera.
Tra le varie strategie messe in campo, quella che si è rivelata più adeguata, pur considerandone limiti e lacune, è l'istituzione delle Aree marine protette, che chiameremo semplicemente «Amp».
Il senatore Antonio D’Alì, presidente della Commissione ambiente del Senato, è un trapanese verace che con il mare ha un rapporto speciale. E ha sostenuto il disegno di legge di iniziativa parlamentare che, una volta approvato, consentirà l’apertura ai diportisti delle zone protette sottoposte a divieto di ancoraggio, attraverso l’installazione di campi boe. In sostanza si potranno ormeggiare le barche nelle zone off limits senza ancoraggio. Osservando, però, rigide norme per la tutela sell’ecosistema.
Senatore D’Alì, a che punto siamo?
«A buon punto direi. Il disegno di legge, approvato dal Senato e successivamente, ma con qualche correttivo, anche dalla Camera, è già tornato a Palazzo Madama per la definitiva approvazione, spero il più rapida possibile. Tra l’altro, questa operazione significa anche autofinanziamento delle Amp. Il ddl, infatti, all’articolo 4 prevede che l’attuazione della legge avvenga senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica».
È ottimista sui tempi...
«Non si tratta di essere ottimisti, conosciamo i tempi lunghi del legislatore. Ma su questo argomento c’è un consenso bipartisan. Quindi credo che entro l’estate ci sarà l’approvazione definitiva».
Gli imprenditori, però, hanno esigenze diverse: uscire dalla crisi prima possibile.
«Voglio ricordare che i governi Belusconi hanno già fatto molto per la nautica. Poi è arrivata la crisi. Ci saranno incentivi, a proposito dei quali ho in mente qualcosa».
Può anticiparci di che cosa si tratta?
«In parole povere si tratta di un disegno di legge di iniziativa parlamentare. Una norma che consenta la rottamazione dei natanti per togliere dal mare e dalle spiagge carcasse grandi e piccole. Che spesso finiscono sui fondali con gravi danni per l’ambiente. In Italia non esistono centri di questo tipo, come per le automobili. Si rottama e si incentiva l’acquisto di nuove barche, non necessariamente grandi yacht».
Non le sembra che la legge quadro sui parchi, la «394», abbia bisogno di una manutenzione?
«Grazie della domanda. Me l’aspettavo. Non solo manutenzione, però. Io aggiungo che è davvero lacunosa. Ne abbiamo discusso con Ucina-Confindustria Nautica, con le associazioni ambientaliste, con Federpesca e con tutti gli organismi interessati al problema».
Abbiamo letto tutto. Però la legge è scritta malissimo. Se lo sapesse la Gelmini... Occorre tradurre l’intero dossier dal burocratese...
«Verissimo. È la prima cosa da fare e la stiamo facendo. Ma non è tutto: per la nautica da diporto, infatti, stiamo tentando di introdurre alcuni princìpi contenuti nel protocollo della nautica sostenibile».
In parole più semplici?
«Cercherò di essere più chiaro. Vorrei che si applicassero alle imbarcazioni gli stessi princìpi che valgono per le auto, basati non più sulle dimensioni del mezzo, ma sui criteri dell’impatto. Ad esempio, nuove motorizzazioni e limiti di velocità in navigazione».
Una volta approvata la legge, qualche problema per la sua applicazione potrebbero crearlo Regioni, Province e Comuni...
«È chiaro che i governi locali dovranno mettere l’ok, nero su bianco. Ma sappiamo anche che le procedure burocratiche si possono, e si devono snellire nell’interesse di tutti, soprattutto in termini di costi».