ARENDT-BROCH Ideali corrispondenze

Lui subì il fascino intellettuale di lei, lei fu stregata dal magnetismo del «cavaliere da fiaba»

«Hermann, lasci che io sia l’eccezione». Eccezionale lei era eccezionale. E se pure i suoi quarant’anni avevano acceso riflessi di luna sul grano dei ricci, e spento la giovanile sorpresa nel velluto degli occhi, restava sempre la bionda dai grandi occhi intensi che aveva stregato Martin Heidegger, rapito Günther Anders, innamorato Heinrich Blücher, soprattutto trasmesso per irresistibile contagio «l’amore del mondo», la passione per l’essenziale, l’entusiasmo per l’ideale a studenti, conoscenti e amici capitati tra Europa e Stati Uniti nel campo magnetico della sua malia. Compiva appunto quarant’anni Hannah Arendt (1906-1975) quando entrava nell’età d’oro della sua vita, nella stagione più feconda della sua attività impegnata e - fatalmente - nell’appartamento newyorchese di Anne-Marie Meier-Gräfe.
Dove incontrò Hermann Broch. L’incontro, bisogna dire, fu combinato. Dalla comune amica tedesca, domiciliata nell’ultima roccaforte del Mondo di Ieri tenuta in piedi fortunosamente sulla costa orientale del Nuovo Mondo: un pezzo di Vienna anteguerra sulla East Coast, un angolo di Austria Felix a New York. Felice però fu piuttosto la convergenza delle orbite dei due ebrei esuli: entrambi estranei (e avversi) al «vuoto di valori» del Vecchio Continente, entrambi catapultati via dall’Europa e precipitati in casa della loro ospite per far scoccare subito la scintilla di una liaison stellare. Di coincidenza astrale indubbiamente si trattava. Anche se, va detto, lo scrittore Hermann Broch (1886-1951), era dotato della carica di magnetismo, uguale e contraria a quella di Hannah, che avrebbe favorito un’attrazione ben più terrena e carnale. I suoi modi perfetti, la conversazione brillante, il gioco deduttivo degli occhi (cui anche Elias Canetti, come ammise, dovette soccombere), il dono della confidenza, il talento della complicità, l’inclinazione per l’intimità nelle amicizie facevano di lui, più ancora che il fantasma errante di un franzjosephinische Kavalier - «un cavaliere dei tempi di Francesco Giuseppe», quale si disse -, un cavaliere da fiaba. E un favoloso tombeur de femmes. Dagli anni Quaranta girava sulle rotte degli Argonauti di Long Island, gli ebrei statunitensi, la favola di Broch e la tredicesima fata: quella esclusa dal banchetto apparecchiato per dodici alla nascita del bimbo e vendicatasi regalando al neonato «un fascino tale da conquistare il cuore di ogni donna».
Ma Hannah fu l’eccezione. L’amica speciale, la confidente favorita, la corrispondente epistolare dell’estrema stagione di una vita, come racconta il Carteggio 1946-1951 tra Hannah Arendt e Hermann Broch (tradotto e curato da Roberto Rizzo per Marietti, pagg. 240, euro 18; in uscita oggi). La sola capace di tenere la distanza di cortesia (e di sicurezza) misurata sul «Lei». Di resistere con eleganza alle manovre tentate da lui - che fu tentato, eccome - per includerla nella sua corte femminile. Di respingere le sue avances con fermezza e gran tatto. I punti di contatto tra di loro erano del resto tali e tanti che si poteva far fluttuare attraverso l’intero epistolario una sottile vibrazione erotica, come una lunga nota tenuta per sostenere duetti modulati su altri motivi. In armoniosa sintonia erano infatti i due intellettuali, accomunati da identico destino. Entrambi costretti ad abbandonare il proprio Paese, lui nel 1938, lei subito nel ’33. Entrambi passati sotto il giogo umiliante del carcere: lui chiuso dai nazisti due settimane a Bad Aussee, lei internata per due mesi nel campo francese di Gurs. Entrambi alla seconda esperienza matrimoniale: lei sposa felice di Blücher dopo il divorzio da Anders, lui sposato in gran segreto con la Meier-Gräfe - moglie infelice e ripetutamente tradita - dopo le nozze con Franziska von Rothermann. Entrambi protagonisti della scena culturale americana anni Quaranta animata dagli esuli tedeschi: impegnati a gettare un ponte tra il mondo intellettuale Usa e l’Europa. A elaborare il problema dell’assimilazione ebraica. A emanciparsi dal complesso della colpa tedesca. A sciogliere e ritessere quel legame con il proprio passato ambiguo, pericoloso, imbarazzante, intrigante come e più di quello che avrebbe potuto stringerli nel loro presente. Del filo che ricuce il XIX secolo di Proust al futuro profetizzato da Kafka scriveva la Arendt (in una recensione del ’47 compresa in appendice al volume) tessendo le lodi di La morte di Virgilio, il capolavoro dell’amico, intrecciato con la precisione di un ricamo tra le opere dei due grandi autori ebrei: «L’opera di Broch, con la sua originale, grandiosa lingua poetica, è l’anello di congiunzione tra Proust e Kafka».
Altri nodi poi inanellano l’una all’altra le oltre 60 lettere dei due amici: 47 di lui che, vent’anni più grande di Hannah, era uomo all’antica e amava la tradizione epistolare, contro le 17 di lei, che preferiva telefonate e appuntamenti. Il groviglio di radici che diede Le origini del totalitarismo, esplorate nel saggio più celebre della Arendt, e produsse L’isterismo di massa indagato nella «psicologia della politica» di Broch. La nodale Schuldfrage, la questione della colpa per la catastrofe hitleriana imputata ai tedeschi: «collaboratori passivi», per Hannah, scevri da individuale responsabilità per l’autore de Gli Incolpevoli. E il nodo gordiano, intrecciato di odi et amo che prese entrambi nella trappola Heidegger. Cattivo maestro (e vecchio amante) di lei che, senza perdonare la «mediocrità umana», le «stolide menzogne», «la patologia» di «un potenziale assassino», pure andava ancora a trovarlo di nascosto dalla moglie rientrando in Europa nel ’49. Cattivo maestro (e alter ego somigliante) di lui, che ne condannò «l’adesione irresponsabile al nazismo», la scrittura farraginosa («se il linguaggio è casa dell’essere, troverà dimora inospitale in casa Heidegger»), lo stile con cui sfigurava di fronte all’allieva (confronto alla Rahel Varnhagen di Hannah, «il suo esistenzialismo è scivoloso e molliccio come il sapone»), ma riconobbe che il suo pensiero dell’uomo «va nella stessa direzione del mio».
Dovendo scegliere chi dei due seguire fino all'ultimo, la Arendt non ebbe dubbi. Scelse (come Dante) il maestro del Virgilio e accompagnò l’amico fino alla fine del viaggio (terminato nel ’51 a New Haven), ricevendo in lascito il patrimonio letterario delle sue carte. Donò gli scritti alla Yale University, ma tenne gelosamente le lettere con sé.