Argentero: "E' stata dura dal Gieffe a De Sica"

L’attore più ricercato del nostro cinema è stato premiato al Quirinale
con il riconoscimento intitolato al grande regista: "Ci ho messo 7
anni, sono contento di essere sulla strada giusta"

Roma - Dalla casa del Grande Fratello al palazzo del Quirinale: ci ha messo sette anni Luca Argentero, premiato nei giorni scorsi col «De Sica 2009» dal presidente della Repubblica Napolitano, a salire gradino dopo gradino la scala della notorietà. L’attore più gettonato dal cinema italiano, che ha bisogno di bravi interpreti oltre che di belle presenze, sul Colle si era trovato bene. Tutto, infatti, parla dei Savoia al Quirinale e Luca è un torinese doc, precisino e distinto. «Questo premio mi fa capire che sto sulla strada giusta», rifletteva l’artista, ora sul grande schermo con la piacevole commedia Oggi sposi firmata da Luca Lucini, col quale sta facendo tris (grazie all’erigendo La donna della mia vita, dopo aver girato Solo un padre). Vento in poppa e via andare, Luca ha acchiappato per mano la mogliettina in tailleur, Myriam Catania, attrice anche lei, e dribblando i maggiordomi di Palazzo è sgusciato via dal ricevimento: doveva prendere il treno per Firenze, dove lo aspetta un nuovo set. Altro che chiacchiere e tartine.

Luca Argentero, che effetto le ha fatto ricevere un premio dalle mani del presidente Napolitano?
«Non mi sento a una svolta della carriera. Piuttosto questo premio mi fa capire che sto sulla strada giusta. Negli ultimi tempi, poi, sia gli amici sia gli addetti ai lavori hanno riconosciuto la qualità del mio lavoro. E ci ho messo sette anni, non sette mesi, ad arrivare qui».

Pareva a suo agio nei saloni dorati del Quirinale...
«Sono torinese e amo chi è elegante nei modi e nelle parole, come il nostro presidente, una delle poche figure politiche ammirevoli che abbiamo. In politica c’è un tale decadimento, adesso, che occorre comportarsi in modo più ligio di prima. E poi è stato bellissimo entrare in palazzo non sempre accessibile».

Ma dove correva col «De Sica» in mano?
«Sul set di un’altra commedia. Anzi, posso dire di una commedia drammatica?»

Come no: gli americani hanno inventato la parola «dramedy» apposta...
«Ecco. Allora: C’è chi dice no. È il titolo del film di Giambattista Avellino, quello che ha diretto il duo comico Ficarra&Picone. Il modo migliore per affrontare un tema drammatico come la raccomandazione, infatti, è quello lieve, anche se c’è poco da ridere, in Italia, quanto a spintarelle per farsi assumere. Pensi che nei primi tre giorni di ciak era esploso il caso Mastella».

E la storia?
«È realistica: ci sono tre professionisti trentenni e molto preparati, cioè Paola Cortellesi, Paolo Ruffini e io, che alla vigilia della firma del contratto di lavoro si vedono soffiare il posto da altri tre, che hanno il classico calcio in culo».

Ma non è banale, purtroppo, per quanto amorale?
«Tutt’altro. Spesso, infatti, il raccomandato “subisce” la raccomandazione. E Avellino vuol dare una lettura sofisticata del tema: è vittima d’un sistema marcio sia chi usurpa il lavoro con qualche corridoio preferenziale, sia chi viene defraudato del posto legittimamente conquistato».

Quale ruolo avrà lei?
«Sono un giornalista free-lance che spera di lavorare nella redazione Esteri di un quotidiano. Pur avendo grandi ambizioni, per pagarmi il mutuo scrivo su Ceramica oggi: so tutto dei lavabi e delle tazze. E quando sto lì lì per essere regolarizzato dal mio quotidiano, zac!, vengo sorpassato da un raccomandato. All’inizio, io e i miei amici, toccati dalla stessa sorte, sembriamo rassegnati, ma reagiremo e faremo del tutto per riprenderci i nostri posti di lavoro. Da qui, equivoci, sgambetti e gag a non finire».

A proposito di giornali e giornalisti: quale idea s’è fatta della stampa, dopo anni di esposizione?
«Un’idea positiva, che si basa sull’essere un forte lettore di quotidiani. Resto convinto che non basta leggere una fonte soltanto, servono almeno tre quotidiani al giorno. Non so quanto durerà il giornale di carta, ma io non ne faccio a meno».

Progetti?
«Contemporaneamente al film di Avellino giro La donna della mia vita, altra commedia, ispirata al testo omonimo di Cristina Comencini sul tema del gioco dei ruoli nelle famiglie. Lucini dirige un bel cast: oltre a me e ad Alessandro Gassman, qui fratelli diversi, ma uniti fino al giorno in cui li dividerà Sara, cioè Valentina Lodovini, c’è Stefania Sandrelli a farci da madre. Ci divertiremo e faremo divertire, spero».