Un’arma chiamata intelligence

Una ministoria di fantasia, ma non lontana dalla realtà, fa capire la questione meglio di un articolo normale.
Il colonnello è a capo di una unità di intelligence con il compito di proteggere l'Italia da attentati terroristici. Dai segnali che quotidianamente provengono dai sensori umani ed elettronici posizionati nei punti ritenuti migliori per capire l'attività del nemico si coglie che qualcosa bolle in pentola. Forse il bersaglio è l'Italia. Forse posizioneranno una bomba nucleare sporca (plutonio diffuso da un esplosivo convenzionale), forse una «vera», forse un virus. Ma avranno tali capacità? Freneticamente il colonnello ricontrolla la documentazione aggiornata: non si sa, ma è certo che gli jihadisti le cercano ed hanno i soldi per comprarsele. Non può escluderlo. Altri segnali, ma confusi, di aumento di attività, proprio in Italia. Chiama il suo superiore: avverti il governo. Si sente dire: hai carta bianca, fai tutto il possibile. Il peso della responsabilità lo schiaccia: tra la morte di decine, centinaia o milioni di persone e gli attentatori c'è solo lui. Si calma, grazie al buon addestramento, e getta la rete per prendere i pesci. Passa un giorno. Due. Niente. I segnali generici di pericolo aumentano ed individuano un sospettato che probabilmente ha aiutato un gruppo a pernottare in un casolare di campagna. Il colonnello lo fa mettere sotto osservazione e ordina di tirare giù dal letto gli analisti. Questi ricavano dai computer un profilo compatibile con un terrorista operativo, ramo logistico. La Cia conferma, lo Shin Bet pure, il collega dell'intelligence egiziana lo conosce: nato ad Alessandria, addestrato nello Yemen, battesimo di fuoco in Somalia nel 1993, non è un pesce piccolo. Mio Dio, pensa il colonnello, questa è roba seria. Passano due giorni. Niente. I segnali di attività smettono di colpo. La quiete prima della tempesta? A quel punto il colonnello o aspetta ancora e rischia che l'attentato si compia o prende l'unica fonte che ha e la spreme tutta per avere informazioni. Decide di catturarlo. Questo non parla, irride, vuole un avvocato, documenti in regola. Il colonnello ordina di metterlo in una stanza segreta e di usare tutti i mezzi possibili per estrarre l'informazione. Non è un bello spettacolo, ma l'informazione è più importante. La ottiene e cattura la cellula terrorista poco prima del colpo.
Ora dite voi, lettori: il colonnello ha fatto bene o male? Individuato il fiancheggiatore sarebbe dovuto andare da un sostituto procuratore e chiedere il mandato di arresto per sottoporlo ad interrogatori con garanzie, oppure ha fatto la cosa giusta saltandolo? Di fronte alla situazione di emergenza, e con il rischio di un attentato chimico, batteriologico o nucleare il cui raggio distruttivo può toccare mezza Italia e causare dieci milioni di morti subito e altri quindici successivamente, avrebbe dovuto definire un limite alla sofferenza inflitta, o alla pesantezza delle sostanze chimiche utili a far parlare, oppure togliere tali limiti? Se rispondete che ha fatto male dovreste, cortesemente, spiegare perché. Provo ad immaginare. Il rispetto dei diritti umani è requisito superiore a qualsiasi altro. Ma se ammazzano vostro figlio continuereste a pensare così? Non c'è in realtà un rischio di distruzione così massiva da richiedere stati di eccezione. Sbagliato, c'è. Comunque non c'è una situazione di guerra. Sbagliato, c'è. In sintesi, il colonnello ha fatto bene. La storiella è di fantasia, pur non troppo, ma chiarisce che l'intelligence, come invece si vagheggia a sinistra, non è un metodo meno violento di guerra, ma un mezzo della guerra stessa. In particolare di quella in corso con mezzi asimmetrici, cioè non con soldati in campo aperto, ma via operazioni clandestine. La nostra priorità di difesa è quella di rendere nuovamente simmetrica tale guerra per riuscire a vincerla. E per farlo dobbiamo combattere con servizi segreti dotati di regole di ingaggio non limitabili dal diritto normale. Il nemico non si pone limiti, non possiamo porli ai militari e poliziotti, italiani ed alleati, impegnati in operazioni antiterrorismo. Solo loro interposti tra gli assassini e noi.
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