«Armaduk, unico testimone delle mie fatiche»

Ho fatto un patto con il passato: gli ho detto di cercarmi il meno possibile. Ogni giorno di quell’avventura sul ghiaccio è una frustata. Non posso dimenticare niente, riesco persino a sentire il sibilo del blizzard. Nel 1983 ho vissuto per cinquantuno giorni là dove la vita non è ammessa: sulla banchisa del Polo Nord. Lassù non ci sono pendii o foreste che ti fanno compagnia. A volte il silenzio è lacerato dal ruggito della banchisa che scoppia, comunicandoti il pericolo. Il sole è l'unico amico che illumina senza riscaldare il perenne grande bianco. Non tramonta mai. Corre e ti dà la rotta. Un buon orologio indica che alle sei di mattina il sole si trova a est; a mezzogiorno indica il sud, alle diciotto l’ovest e a mezzanotte, una mezzanotte senza buio, indica il nord. La sua compagnia scalda il cuore pur non riuscendo a intiepidire l’aria, che rimane sempre intorno ai quaranta gradi sotto zero.
Riesci a immaginare una temperatura simile? Non puoi procedere controvento, pena il congelamento del naso e degli zigomi. E poi c’è l’orso polare. Non lo vedi mai, ma non puoi riposare tranquillo. I segnali del suo arrivo erano affidati all’istinto del fido Armaduk. Mi conforta sapere che quel cane, con il quale ho diviso un grande sogno, in seguito non se la sia passata male. Armaduk è morto a diciassette anni. Ne aveva sei quando ci siamo incontrati. Non andavamo sempre d’accordo. Era nato per vivere senza padrone.
All’inizio l’unico rapporto era stabilito dal cibo: io ero la mano che gli dava da mangiare. Veniva da Resolute Bay, un villaggio eschimese del Canada settentrionale. Viveva legato a una catena, era magro da far paura. Passava giorno e notte sulla neve gelata alle porte del villaggio. Non era stato cresciuto negli allevamenti di husky di Willow, il suo era il pedigree di un simpatico bastardo. Quando l’ho legato alla slitta non voleva tirare. Se stavo fermo, mi imitava. Solo se partivo mi seguiva. Dovevo tirarmelo dietro. Siamo diventati amici nel pericolo: io l’ho aiutato, lui è diventato un compagno. Armaduk era una canaglia sopravvissuta alla sua ossuta magrezza e al trattamento che gli eschimesi riservano ai cani. Dormire all’aperto, abbaiare agli orsi, tirare la slitta. Tutto qui. La regola degli eschimesi è sempre stata questa: il valore di un cane equivale al peso che è in grado di tirare.
Amundsen arrivò al Polo Nord rispettando questa legge: se la slitta si alleggerisce di materiali e viveri, i cani diventano cibo per gli altri cani. Partito con cinquantadue bestie, tornò con undici. Una scelta terribile, che tentò di giustificare nel suo diario: «È doloroso, ma bisogna farlo». No, io non l'avrei mai fatto. Nel corso del viaggio al Polo, Armaduk è stato l’unico testimone del logorio dei nervi che mi tormentava e mi impediva di prendere sonno nel mio triplo sacco a pelo. Sulla banchisa ho subito una dura punizione: sia dal ghiaccio infernale sia dalla constatazione della povertà delle mie forze. Caro vecchio Armaduk, vorrei accarezzarti il muso, anche solo con lo sguardo.