Ma gli armamenti degli ayatollah non fanno paura

Andrea Nativi

Chi ha paura dell'Iran? Al momento, solo i Paesi del Golfo, che infatti continuano ad acquistare armamenti molto moderni con i quali sperano di rintuzzare le pretese egemoniche dell'ingombrante vicino. Teheran peraltro fa affidamento più sulla forza dei numeri che sulla qualità dei sistemi d'arma. Ciò è una conseguenza dell'ostracismo di cui è oggetto da parte dei Paesi occidentali. L'Iran è così costretto a rifornirsi in Cina o in Russia, ma Mosca fornisce materiale sofisticato con il contagocce e la vendita di un colossale «pacchetto» di armamenti, negoziato nel 2001, non si è poi concretizzato, anche se recentemente una prima fornitura del valore di 1 miliardo di dollari è stata firmata.
Restano quindi in servizio i vecchi sistemi d'arma americani forniti all'epoca dello Scià, superati tecnologicamente e di sempre più difficile manutenzione, mentre un ruolo importante spetta ai velivoli ed alle unità navali ex irachene che cercarono scampo in Iran nel corso della guerra del 1991. Ma anche questi sono mezzi vecchi e usurati.
L'Iran ha dimostrato una capacità tecnico-industriale in campo militare che non ha paragoni nel Golfo e che ha consentito di sviluppare sistemi parzialmente autarchici in tutti i settori: elicotteri, aerei da combattimento, carri armati, artiglierie, unità navali, sistemi elettronici, missili. I tecnici iraniani sono maestri nel reverse engineering: da un prodotto finito sono in grado di arrivare a ricostruire i disegni e i macchinari necessari per produrre i singoli componenti.
Una volta compiuto questo difficile e costoso passo si procede ad aggiornare il sistema originario, con elementi più avanzati o combinando tecnologie autoctone, occidentali, cinesi e russe. Nascono così prodotti «Frankenstein» grazie ai quali è stato possibile sostituire i mezzi più obsoleti e logorati. Questi sistemi d'arma sono poi offerti, con limitato successo, sul mercato export. Anche l'arsenale missilistico è frutto di questo processo di affinamento, partendo da tecnologie e armamenti ottenuti in Russia, Corea del Nord, Cina. I vecchi missili balistici Scud B e C, da 300 e 500 km di gittata, prodotti anche localmente, non impensieriscono. Così come non appaiono sconvolgenti i circa 20 sistemi Shahab (Meteora) 3, entrati in servizio operativo da settembre 2003 e con una gittata di 1.300 km. Dopo aver rinunciato allo Shahab-4, l'Iran punta a versioni migliorate dello Shahab-3, una delle quali dotata di testata manovrabile. Si continua anche a lavorare a missili a lungo raggio, ma ci vorrà ancora qualche lustro per arrivare al temuto missile intercontinentale. Preoccupa di più l'acquisizione, via Ucraina, di missili da crociera russi Kh-55. Armi da 2.000 km di gittata.
Sotto il profilo organizzativo le forze armate iraniane soffrono sia della competizione tra diverse organizzazioni per ottenere i mezzi migliori sia di risorse comunque limitate (il bilancio per la difesa, pur in costante crescita, non raggiunge i 5 miliardi di dollari). Complessivamente gli uomini alle armi sono 540.000, con 220.000 soldati di leva che servono per 18 mesi. A queste forze regolari si aggiungono le forze «parallele» dei Pasdaran Inqilab, inquadrate nel Corpo della guardia islamiche rivoluzionarie, che arrivano a contare fino a 125.000 uomini. L'Esercito ha circa 350.000 uomini, la Marina 18.000 ed è una forza essenzialmente costiera, l'Aeronautica 52.000, contando anche i 15.000 uomini della difesa aerea, e schiera una accozzaglia di vecchi aerei russi, americani e cinesi. Ecco perché la macchina militare iraniana oggi non costituisce un avversario temibile né per gli Usa né per Israele.