Armani: "Berlusconi può cambiare l’Italia"

Esclusivo, intervista allo stilista che riceverà la Legion d'Onore. "Il premier ha una grossa chance: governare davvero"

L’annuncio è arrivato via mail: alle 18 di giovedì 3 luglio Nicolas Sarkozy in persona consegnerà a Giorgio Armani le insegne di Cavaliere de la Légion d’Honneur, la più importante onorificenza di Francia, istituita da Napoleone Bonaparte ai tempi della Prima Repubblica. «Le hanno chiamate ciucciotti, ma è per questi ciucciotti che gli uomini mi seguono», disse in seguito l’imperatore di tutti i francesi parlando dell’Ordine che ha per motto: Honneur e Patrie, Onore e Patria. Impossibile non rallegrarsi per un simile riconoscimento al più famoso dei nostri stilisti, uno che Enzo Biagi aveva messo in cima alla lista dei cosiddetti «italiani da esportazione». Con questa intervista esclusiva Armani dice la sua sull’Italia recentemente messa davanti a un cambiamento epocale e sul mondo di cui è senza dubbio cittadino onorario.
Questa onorificenza la ripaga dello sgarbo che le fecero i francesi dieci anni fa, quando il prefetto di Parigi vietò con un pretesto la sfilata Emporio Armani a Saint Germain?
«Sono veramente stupito, la Légion è qualcosa che segna e che rimane, un riconoscimento enorme. Quando mi vietarono di sfilare nel tendone eretto sul sagrato della chiesa di Saint Sulpice fu un gran brutto momento, con la polizia davanti a muso duro e Christophe Lambert che faceva casino accanto a Paco Rabanne rosso di vergogna per il comportamento delle forze dell’ordine. Ma non tutto il male viene per nuocere: ho avuto un’eco di stampa incredibile e quell’episodio così sgradevole mi ha fatto diventar simpatico alla Francia migliore che non è tanto sciovinista, quanto consapevole della sua grandeur».
Le piace Sarkozy?
«Non l’ho ancora conosciuto ma mi è simpatico. Sembra un tipo tosto e a me piacciono le persone decise».
Carla Bruni sarà presente alla cerimonia del 3 luglio?
«Spero ovviamente che ci sia, sarei curioso di rivederla nel ruolo di Madame Sarkozy. Quando sfilava per me negli anni Ottanta era molto fredda, distaccata, un tipo cui non si potevano dare ordini troppo perentori ma che comunque faceva bene il suo mestiere di modella. È ancora bellissima».
Da qualche anno lei fa sfilare a Parigi la sua collezione d’alta moda Privè, pensa sia per questo che le danno la Légion?
«Non ne ho idea. Di sicuro la Ville Lumière è l’unica piazza in cui abbia ancora senso la couture. Un tempo c’era anche Roma con Valentino, Lancetti e Mila Schon, ma oggi non c’è storia. Parigi ha saputo mantenere intatto il fascino dell’alta moda pur accettando chi come me la vuole vedere in un’ottica più moderna. Preferisco fare un vestito davvero bello e portabile piuttosto del grande cenone di gala. Chissenefrega del contorno, è la pietanza che conta. Tra l’altro il pubblico dell’alta moda non è più quello di una volta, le vecchie famiglie aristocratiche stanno scomparendo e conviene capirlo in fretta. A comprare i diamanti di Cartier, le borse in coccodrillo di Hérmes e gli abiti su misura del mio Privè sono i nuovi ricchi: oligarchi russi, magnati del petrolio, persone che un tempo non sarebbero mai potute entrare negli atelier».
In teoria i nuovi ricchi non avendo una vera cultura del lusso si accontentano più facilmente...
«In pratica chi eredita generalmente ha il vizio di sperperare tutto, mentre chi si fa da solo sta ben attento a come spende i suoi soldi».
Anche lei si è fatto da solo...
«Sì, ma in altri tempi. Mi fa un po’ paura chi pensa che sia facile accumulare la ricchezza in breve tempo. Anni fa una persona molto vicina mi disse: Giorgio, adesso è tutto diverso, i soldi non si fanno più come li hai fatti tu, passo dopo passo, con impegno e attenzione costanti. Ci sono altri sistemi, si sfruttano le menti delle persone. Basta mettere un gruppo di teste pensanti intorno a un tavolo, le spremi finché non tirano fuori un’idea interessante da vendere guadagnando subito tanto denaro. Be’, si è visto che fine ha fatto la new economy e mi chiedo che fine farà la crescita smodata del mercato immobiliare determinata dalle nuove fortune dei Paesi Orientali. Ormai spuntano dappertutto resort e alberghi di gran lusso. Ma poi bisogna riempirli questi posti, altrimenti il gioco non vale la candela».
Che cosa ne pensa dei nuovi progetti avviati a Milano?
«L’altro giorno sono passato davanti alla Fiera dove sorgeranno i famosi grattacieli e guardavo le case che avranno davanti queste nuove costruzioni. Insomma, hanno un sapore ben diverso, sono a misura d’uomo».
Anche lei contesta il grattacielo storto di Libeskind?
«Perché dovrei? È giusto che Milano cambi e si aggiorni. Ma preferisco che questi cambiamenti avvengano in un’area ben definita. L’importante è saper armonizzare i contrasti. E per questo ci vuole disciplina».
Gli italiani sono notoriamente indisciplinati. Pensa che il nostro istintivo senso estetico ci possa salvare?
«Per carità: l’Italia è stata deturpata prima con le tremende costruzioni dei geometri tanto di moda nel dopoguerra e negli ultimi vent’anni dalle opere degli architetti di grido che hanno fatto dei disastri incredibili».
Soluzioni?
«Buttare giù. Imporre delle regole e farle rispettare. Andiamo a vedere quel che è stato fatto sulle nostre coste: paesaggi di commovente bellezza deturpati dalla villetta del mafioso o dal villone del potente di turno. Ebbene bisogna decidersi ad abbattere queste schifezze. Non si può perdere tempo a discutere: si butta giù e basta. So di dire delle cose impopolari, un po’ da fascista se con fascismo intendiamo la decisione inappellabile. Ma ci vuole qualcuno che abbia questa forza altrimenti siamo spacciati».
In Italia si pensa spesso che l’uomo forte al governo porti con sé il rischio della dittatura...
«Non ho detto che voglio un dittatore, ci mancherebbe altro. Sono semplicemente stufo del predominio delle parole sui fatti. L’Italia ha bisogno di riscoprire la cultura del fare. Non basta gridare allo scandalo per i rifiuti a Napoli. Chi ha il potere di fare qualcosa lo faccia. E subito».
Sta parlando di Berlusconi?
«Io vorrei che questo Paese funzionasse al di là della politica, dei partiti, delle varie bandiere di appartenenza. Vorrei che le decisioni venissero prese in base alle necessità degli italiani e non per accontentare lo schieramento politico al governo oppure quello all’opposizione. Detto questo penso che Berlusconi abbia una grossa chance: può davvero governare. Secondo me il Cavaliere ha raggiunto il massimo: non è da tutti raggiungere per ben tre volte la presidenza del Consiglio senza venire dal mondo della politica, ma da quello dell’imprenditoria. Lui si è fatto veramente da solo, è stato bravissimo a costruire la sua fortuna. Proprio per questo può avere la forza di fare le cose che interessano davvero all’Italia al di là dei suoi interessi personali. Del resto cosa può volere più di quello che ha già? Può comprare il comprabile, può concedersi tutto, anche il lusso straordinario di occuparsi del bene del Paese. Ha pure la faccia tosta per farlo e se questo è il suo programma gli auguro di riuscirci perché in quest’ottica se le cose vanno bene a lui, vanno bene a tutti gli italiani».
C’è un modello di Paese che gli suggerirebbe?
«M’intendo di modelli da indossare più che di nazioni-modello. Certo da privato cittadino vedo che l’Italia ha perduto quel senso di aggregazione e serenità per cui la gente si ritrovava a divertirsi senza scivolare nel cattivo gusto e nella maleducazione. Qualcuno ha detto che la bellezza salverà il mondo. Aveva ragione. Non c’è niente di più bello di una vita dignitosa a misura d’uomo».
Eppure oggi tutti possono diventare belli per esempio con la chirurgia estetica...
«Resto esterrefatto dalla quantità di facce stravolte da ritocchi e interventi chirurgici. Un giorno vedi una donna e il giorno dopo ti ritrovi a parlare con una creatura mostruosa: sembrano tutte dei cerbiatti impagliati».
Lei però si cura moltissimo. Mai avuta la tentazione di cedere al lifting?
«Mai. Ho la fortuna di non essermi mai amato troppo per cui non c’è stato il momento in cui ho smesso di amarmi perché comparivano le prime rughe. Avrei voluto essere diverso fisicamente, ma l’insoddisfazione non mi ha spinto sotto i ferri del chirurgo: ho fatto del mio meglio con quello che avevo. Non sono brutto, ma ogni volta che qualcuno mi ha detto sei un bell’uomo ho pensato di essere bello in un modo che non mi piace. Secondo me belli sono gli uomini che si buttano in piscina e quando escono dall’acqua stanno benissimo con i capelli scompigliati. Ci vuole un fisico perfetto e dei lineamenti molto importanti, altrimenti si rischia sempre l’effetto Geppetto».