Le armi dei talebani? Tutte americane

Sospetti e voci girano da mesi, ma ora un giornalista del New York Times ha in mano la pistola fumante, la prova inconfutabile. In Afghanistan più di 215mila armi donate all’esercito afghano da Usa e Nato sono andate perdute e i talebani sparano alle truppe della coalizione usando armi e munizioni destinate originariamente all’esercito e alla polizia.
La pistola fumante emerge da un campo di battaglia sopra Korangal, uno sperduto avamposto della prima divisione di fanteria americana nella provincia di Kunar. John C. Chivar, un ex capitano dei marines diventato dopo il congedo inviato del New York Times, ci arriva qualche settimana fa per raccogliere le testimonianze dei soldati protagonisti di un’imboscata costata la vita a 13 talebani. Annotate le testimonianze, Chivar sfrutta la sua esperienza militare per verificare armi e munizioni recuperate accanto ai nemici caduti. A insospettirlo sono i marchi “Wolf” e “bxn” con cui sono contrassegnati i proiettili contenuti in 17 dei 30 caricatori calibro 7,62 per kalashnikov. Il primo identifica la “Wolf Performance Ammunition”, una ditta specializzata nella fabbricazione di munizionamento russo messa a contratto dal Pentagono per rifornire gli arsenali afghani. L’abbreviazione “bxn” identifica le vecchie partite cecoslovacche acquistate dopo la guerra fredda da Washington e destinate al riarmo dell’esercito afghano. Almeno 17 dei trenta caricatori trovati addosso ai talebani sono dunque usciti dai magazzini del governo e arrivati grazie a corruzione e assenza di controlli in mano talebana.
A dimostrarlo ci ha già pensato un rapporto siglato dagli ispettori federali mandati in Afghanistan per indagare sulla sorte delle oltre 242mila armi leggere donate dagli Stati Uniti al governo di Hamid Karzai tra il 2004 e il 2008. A dar retta agli ispettori, un terzo di quella partita è letteralmente svanita assieme a 135mila armi provenienti dagli altri Paesi Nato. Secondo gli ispettori le forniture erano state ammassate in arsenali privi di controlli e sistemi di sicurezza chiusi da semplici cancelli di legno e dotati di registri manuali in cui non venivano neppure appuntati i numeri di serie di armi e munizioni. Assieme agli oltre 200mila fra mitragliatori e pistole potrebbero esser finiti nelle mani dei talebani anche centinaia di preziosi visori notturni indispensabili alle truppe straniere per garantirsi la supremazia tattica nel corso di operazioni su terreni sconosciuti.
Secondo un altro rapporto commissionato dal Pentagono «le forze statunitensi e alleate hanno completamente ignorato il mandato che le obbliga a garantire verificabilità, controllo e sicurezza fisica» delle forniture di armi per un valore di circa 11, 7 miliardi di dollari messi a disposizione delle forze afghane. Secondo quel rapporto a vigilare su tutte le partite erano stati messi soltanto un maggiore e nove ufficiali a fronte del team di 77 militari guidati da un generale prescelti per vigilare sulle forniture in Arabia Saudita.
E come sa chiunque abbia messo piede anche una sola volta in Afghanistan era ben difficile aspettarsi che a controllare ci pensassero i responsabili locali. Il generale messo dal governo di Kabul al comando dell’unità logistica responsabile della custodia e della distribuzione delle armi ha candidamente confessato agli ispettori americani di non aver assolutamente idea di dove siano stati immagazzinati o trasferiti gli arsenali dispersi.