Con le armi dell’invettiva contro la modernità

Antonio Moresco è l’esempio più eclatante, in Italia, di scrittore-guru. Ha una «setta» ristretta di lettori e critici fedelissimi, e tutti gli altri contro. Situazione che siamo sicuri lui stesso viva con una certa soddisfazione, anche se camuffata da indifferenza. Spaccare i gusti e le coscienze è un destino. Il che, dal punto di vista del mercato, si traduce in vendite mirate: sicure, ma poche. Si capisce quindi perché l’editore del suo nuovo libro si sia chiesto: «Ma di ’sto Moresco, quante copie ne stampo? Tremila? Speriamo bene...».
Speriamo bene sì, perché il volume Scritti di viaggio, di combattimento e di sogno (Fanucci) che raccoglie una serie di interventi dell’autore dei Canti del Caos sparsi nel tempo e nello spazio - su riviste, in antologie, in rete - è perfetto per capire, oltre al narratore, l’«intellettuale» Moresco (categoria che peraltro odia). Moresco in realtà è un «combattente» che a volte imbraccia l’arma dell’invettiva, altre dell’ironia, a volte usa il reportage, a volte il racconto fantastico. I bersagli delle sue battaglie? La modernità, prima di tutto (è il tema dell’intervento letto all’Accademia delle Scienze di Mosca nell’ottobre 2002, nei giorni del massacro al teatro Dubrovka): le illusioni che hanno caratterizzato la modernità - politiche, artistiche, spirituali - sono arrivate al capolinea, dice Moresco; sono finite «nel vicolo cieco postmoderno dell’ideologia». Basti pensare alla parola-magica «democrazia», stritolata da una morsa totalitaria di tipo economico, tecnologico, mediatico. Da una parte «enormi possessori di ricchezze che possono comprare letteralmente - attraverso il meccanismo pubblicitario mediatico - le strutture di governo di interi Paesi, senza neppure più le abili mediazioni politiche del passato», dall’altra le masse «che possono soltanto consumare e moltiplicare ricchezze finanziarie altrui». E le conseguenze sono facilmente immaginabili, come narra il «sogno» delle cavallette giganti che assalgono il pianeta e, razziata ogni risorsa, finiscono per divorare se stesse...
La modernità, abbiamo detto. E poi l’Italia di oggi, al centro del racconto I maiali, invettiva terribile e grottesca contro i politici: «All’orrore del comunismo al potere è seguito quello complementare della metastasi economica imperiale oggi dominante. Non si sente quasi parlare d’altro che di soldi, sui giornali, per strada. Parlano tutti di soldi, sempre e solo di soldi...». A volte si sente un’eco pasoliniana, come quando attacca la televisione («È tutto marcio. Un paese che si prende per il culo da solo, si attribuisce sentimenti che non possiede... Mentre quella cosa orrenda che è diventata la televisione continua a ottundere, a narcotizzare. La maggioranza della popolazione vive con la testa in questa spaventosa, colorata marmellata di merda»); o il cosiddetto mondo culturale («Non è meno corrotto di quello politico... gli stessi servilismi, le stesse viltà. Gli stessi metodi, gli stessi baroni... Piccoli carrieristi che si nascondono dietro il velo dell’ideologia»); oppure il dominio tecnologico («Ingegneria genetica, clonazione, intelligenza artificiale, tessuti nervosi umani introdotti direttamente dentro i computer, per creare inneschi uomo-macchina definitivi, in un’ansia di spossessamento di specie... Una situazione gravida di prospettive terribili»).
Ed è solo nell’ultima tappa del viaggio, la più bella (Diario dalla fine del mondo), nella Terra del Fuoco battuta da venti, ghiaccio e neve, che il predicatore-Moresco trova la sua pace. Di fronte a questa «vita biologica spinta ai limiti della morte» è possibile quel qualcosa di inaspettato e imprevedibile che riaccende - almeno in un piccolo gruppo di uomini - la consapevolezza. «A patto che non si chiudano gli occhi su come stanno veramente le cose». Filosoficamente apocalittico, narrativamente rigoroso.