«Le armi sono la soluzione estrema per combattere il terrorismo»

Il ministro: «Il Nigergate? Smaschereremo chi vuole coinvolgere l’Italia»

da Roma

«Ammiro Silvio Berlusconi, è un leader coraggioso». Il riconoscimento al «fegato» del presidente del Consiglio arriva dal guru neocon d’oltreoceano Richard Perle, consigliere per la politica estera del presidente Usa George W. Bush, in Italia per partecipare a un convegno a Firenze sulle sfide della globalizzazione. Perle, che aveva sostenuto con convinzione l’intervento armato in Irak nel 2003, ha voluto anche elogiare la solidità del «fronte comune» tra Usa e Italia nel dopo 11 settembre. «Con Berlusconi - ha spiegato - c’è molta intesa anche nella lotta al terrorismo, che combattiamo perché chi ci attacca vuol distruggere l’Occidente».
Proprio sul tema della guerra in Irak, e sulla minaccia globale del network del terrore, torna lo stesso Berlusconi. Intervenendo ieri al convegno dei notai europei all’Auditorium di Roma, il premier ha smentito che un conflitto armato sia un mezzo per veicolare la democrazia. «Nel mondo - ha osservato - ci sono ancora Paesi che non conoscono la democrazia, ma non è certo con la guerra che si possono cambiare le forme di governo». La guerra, come è accaduto in Irak, secondo Berlusconi «si può usare solo quando un Paese può diventare un pericolo per gli altri, con l’approntamento e la costruzione di armi di distruzione di massa». Per constrastare le dittature, invece, secondo il Cavaliere «bisogna aiutare i Paesi che non hanno ancora raggiunto la democrazia e lo sviluppo con aiuti mirati e programmi concreti nel settore della sanità, della formazione, della scuola, delle infrastrutture, perché solo così si vince il terrorismo», il male degli ultimi anni, che, secondo il capo del governo, «è figlio del fondamentalismo che nasce laddove non c’è democrazia, ma ci sono miseria e fame. E la fame e la miseria portano sempre la violenza e la voglia di rivoluzione». Una strada, quella degli interventi umanitari e dell’aiuto allo sviluppo, che l’Italia sta già battendo, come ha ricordato Berlusconi. E anche Antonio Martino, rispondendo a Montecitorio a un’interrogazione sulla guerra in Irak e sul Nigergate, ha voluto ribadire il ruolo «non belligerante» del nostro Paese nello scenario iracheno. «La nostra - ha spiegato il ministro della Difesa - è una missione militare di pace», e i soldati italiani a Nassirya non svolgono «nessun compito aggressivo e bellicoso, bensì essenzialmente protettivo, difensivo, umanitario: una presenza pacificatrice di cui andiamo orgogliosi».
Anche nella guerra al terrorismo - ha proseguito Martino - «i militari sono in prima fila e dobbiamo essergliene grati», ma «le armi sono la soluzione estrema, il mezzo ordinario è la battaglia culturale e civile». Perché se è vero che «il nemico è nelle case delle nostre nazioni, e ne sfrutta in modo spregiudicato i costumi liberali», come ammette il titolare della Difesa, «noi dobbiamo affinare i controlli e centrare la repressione, ma non rinunciare al nostro sistema di vita». La chiave, in questa «guerra asimmetrica» al terrorismo, secondo Martino, è nello scongiurare la nascita di uno «Stato terroristico». Altrimenti «i rischi di una guerra convenzionale generalizzata e di un terrorismo esteso e distruttivo diventeranno tragicamente più pericolosi ed attuali». Sul «Nigergate», infine, il ministro ha ribadito «la posizione di assoluta estraneità del Sismi, e perciò del governo, rispetto a qualsiasi attività legata al falso dossier». Anzi, l’azione del governo, per Martino, è stata «tempestiva» e mai «confusa o reticente». Proprio per questo, ha concluso, «esiste il fermo dovere giuridico e, per quanto mi riguarda, anche politico, di smascherare chi può aver voluto far risalire al nostro Paese e alle sue istituzioni responsabilità che essi non hanno e che vanno, invece, ascritte ad altri».