Le armi spuntate di Chavez in Sud America

Vedendo le cose più da vicino, non solo il presidente americano George Bush risulta un po' meno impopolare nell'America Latina da come lo racconta quella maggior parte del circo dell'informazione internazionale che è di orientamento radicale-progressista, ma anche il presidente venezuelano Chavez risulta analogamente un po' meno amato di quanto ci si voglia fare credere.
Un nostro recente viaggio nell'America Centrale, avvenuto proprio mentre il presidente americano Bush stava visitando il Messico e alcuni Paesi del Sudamerica, è stato una buona occasione per rendersene conto. Non meno che da noi, anche in America Latina le pubbliche manifestazioni di protesta non sono ipso facto rappresentative di opinioni e di sentimenti maggioritari. Anzi, di regola danno voce a posizioni politiche di minoranza.
L'emigrazione massiccia di latinoamericani negli Stati Uniti, caratterizzata dalla loro straordinaria capacità di conservare la propria lingua e cultura di fatto imponendole al Paese che li ospita, sta creando tra Stati Uniti (dove lo spagnolo è ormai una seconda lingua nazionale) e America Latina dei legami irrevocabili. In tale contesto il presidente americano del momento è più un'autorità politica «interna» con cui interloquire, magari anche polemicamente, che non il capo di uno Stato straniero. A sua volta il presidente americano del momento, e tanto più i candidati alla sua successione, non possono prescindere dalla pressione di comunità che stanno come a cavallo tra gli Usa e il Paese da cui provengono e con cui mantengono forti legami. Queste comunità, peraltro rappresentate dentro il governo Bush fino ai più alti livelli, vogliono certamente riequilibrare ma nient'affatto rompere il rapporto con gli Stati Uniti. Perciò la pretesa del venezuelano Chavez di porsi a capo di una specie di movimento continentale di liberazione dalla supremazia statunitense risulta in fin dei conti astratta e anacronistica.
È molto significativo in tale prospettiva l'atteggiamento riguardo alla questione dell'energia. Alla «diplomazia del petrolio» di Chavez, che offre partite di greggio a prezzi scontati a destra e a sinistra in cambio dell'appoggio alla sua politica, corrisponde una generale spinta allo sviluppo di fonti energetiche cosiddette alternative. C'è una corsa generale allo sviluppo della produzione di bio-carburante, in nome del quale il presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva, sin qui ritenuto il... grande fratello di Chavez, si è letteralmente buttato tra le braccia di Bush, come si è visto in alcune immagini fotografiche e televisive che hanno fatto il giro del mondo. E analoga corsa c’è verso l’energia solare e quella eolica.