Armstrong, addio con rabbia «Ipocriti peggio del cancro»

Replica alle accuse: «Il doping c’è da sempre, ingiusto sospettare chi vince»

Pier Augusto Stagi

«Tra pochi giorni sarò a tutto gli effetti un ex. Si chiude il 2005, si chiude un periodo importantissimo della mia vita. Quante cose sono successe in questi tredici anni. Dal '92, anno del mio esordio nel mondo del professionismo, al 24 luglio, giorno del mio ultimo trionfo al Tour de France, che è coinciso con la mia ultima vera apparizione da corridore. Tante cose sono accadute: Mondiale a Oslo nel'93, il 2 ottobre del '96 mi viene diagnosticata la malattia. Cinque cicli di chemioterapia, tre operazioni, poi nel '98 mi sposo con Kristin, dopo 518 giorni di convalescenza torno a correre. Rientro alla Ruta del Sol nel '98, arrivo 15°, ma non va bene. Mi fermo, torno a correre a giugno: vinco il Giro del Lussemburgo, arrivo quarto alla Vuelta e al Mondiale, nel '99 passo alla Us Postal con Johan Bruyneel: mi dice, con me vincerai il Tour. Vinco il Tour, per sette anni di fila... Spesso mi chiedono se non sento la nostalgia delle corse, della bicicletta, se la mia scelta è definitiva. Sì, non sarò più un corridore ciclista, mi limiterò a essere un ciclista, con un glorioso passato di corridore alle spalle».
Alle sue spalle Lance Armstrong oggi ha tutto: gloria e il suo piccolo David Luke, il più grandicello dei suoi bimbi, che segue papà come un ombra, in sella alla sua bicicletta. È sempre stato così: Armstrong davanti, e alle sue spalle sempre qualcuno. Generalmente Jan Ullrich, il rivale più ostinato e battuto; nelle ultime due stagioni il nostro Ivan Basso, che sogna il prossimo anno di poter ereditare quella maglia gialla che per sette lunghi anni è sempre finita al texano. Oggi ha spesso alle sue spalle David Luke, 6 anni, il più grandicello dei suoi tre bimbi (ha anche due gemelline: Isabelle Rose e Grace Elizabeth).
«Mi godo la vita, mi godo soprattutto la mia famiglia, i miei figli, i miei affetti - dice il texano - ho pedalato tanto in questi anni, adesso è tempo di pedalare con loro. Per adesso mi limito a pedalare anche per David: fisso il carrellino alla sella della mia bicicletta e me lo porto in giro, come se fosse seduto su un sulky. È bello pedalare senza pressioni, anche se non ve lo nascondo: l'agonismo mi manca».
Lance Armstrong parla sereno, da ex prodigio del pianeta. Da atleta controllato dagli avversari, ma soprattutto controllato ad ogni pie’ sospinto dalle commissioni mediche. Perché la sua parabola sportiva, dopo aver debellato il cancro, ha sempre destato interesse e sospetti?
«Ho dovuto combattere mali peggiori, per queste cose non mi sono impressionato mai più di tanto».
Chi è oggi Lance Armstrong?
«Un sopravvissuto al cancro, un atleta che ha avuto una carriera fortunata e straordinaria e che ora va alla ricerca di equilibrio, di serenità. Mi aspettano giornate intense, ma senza stress».
Che cosa vuole dire lasciare da numero uno?
«È esattamente quello che sognavo e volevo fare: è il massimo».
Mai più agonismo?
«Giocherò a golf, e poi farò qualche maratona. Mi piacerebbe correrne una sotto le 2 ore e 30. In bicicletta ci andrò solo con finalità benefiche, come la "Ride for the Roses" della mia Fondazione».
Non ha rimpianti?
«Come uomo no, come atleta forse mi sarebbe piaciuto vincere una classica-monumento come il Fiadre o la Roubaix. Ma anche il Giro...».
Che cosa pensa del doping?
«È sempre esistito, fin dalla prima Olimpiade. Possiamo anzi dobbiamo lottare, darci regole severe, restando però consapevoli che esisterà sempre. Quello che non tollero è che i grandi campioni, quelli che sono al vertice del loro sport, saranno sempre accusati o sospettati di doping. Non è giusto».
Il giorno migliore della sua carriera?
«Alpe d'Huez 2001, quando staccai Ullrich fin dai primi tornanti. Oppure Hautacam 2000 quando mi lasciai alle spalle sia Ullrich sia Pantani. Ma sul piano delle emozioni la vittoria di Limoges '95, quella che dedicai a Fabio Casartelli, resta insuperabile».
La peggiore?
«La crono di Cap Decouverte 2003: giornataccia».
I suoi rivali?
«Ullrich il numero uno, poi Beloki e Basso».
E Pantani?
«Ho avuto grande stima per Marco. In montagna aveva doti non comuni, ma non è stato mai un rivale per la classifica finale».
I corridori che l'hanno colpita per classe?
«Sean Kelly, Miguel Indurain e Moreno Argentin: leggende della strada. Poi Gianni Bugno. Lui avrebbe potuto vincere quello che voleva, se solo avesse avuto un altro carattere».
Un giudizio su Mamma Linda?
«La prima che mi ha spinto verso lo sport».
Johan Bruyneel?
«L'uomo che mi ha spinto a credere nel progetto Tour de France».
Il dottor Michele Ferrari?
«Avrà fatto errori, ma c'è stato accanimento nei suoi confronti. Ha fatto comodo a tutti che venisse punito».
Filippo Simeoni?
«Ho sbagliato a inseguirlo in quella tappa al Tour. Gli ho dato troppa importanza».
Birra o vino?
«Vino, possibilmente rosso: Sassiccaia il mio preferito».
Una città?
«Austin».
Una canzone?
«Letter to God, di Sheryl Crow, bellissima».
Come ha preso le accuse di doping mosse questa estate dalla stampa francese; come si è sentito quando ha saputo che «L'Équipe» la accusava di aver barato al Tour del '99?
«Le ho subite, ma penso che la gente di buon senso abbia capito da che parte stia la verità».
E lei pensa di tornare in Francia?
«È fuori questione che io torni a stringere la mano a degli ipocriti come Leblanc, Prudhomme e Clerc, i dirigenti vecchi e nuovi della Grande Boucle. Sicuramente sarò spesso in Europa per le corse più importanti e seguirò anche il Tour incontrando la sera la squadra in albergo, ma non mi vedrete mai alla partenza o all'arrivo di una tappa. Io non ho nulla contro i francesi in generale, critico l'organizzazione del Tour e il quotidiano L'Équipe. Loro sperano, attaccandomi, di riscrivere la storia degli ultimi vent'anni di ciclismo - nei quali non hanno più vinto il Tour - ma non ci riusciranno mai».
Si sente più sopravvissuto o grande atleta?
«La sconfitta del cancro resta centrale nella mia vita. Tutto quello che è venuto dopo è in più».
Non teme ricadute?
«Faccio tantissimi controlli, ma non ho paura. No, la paura ho imparato a combatterla, con la malattia. Sono riuscito a trasformarla in rabbia, determinazione, voglia di reagire. È quello che ho imparato dalla mia esperienza di dolore, è quello che cerco di trasmettere agli altri: questa sarà la mia nuova sfida».