Armstrong: «Si sono bruciati il cervello»

Il texano replica al patron del Tour, Leblanc, che si dice tradito. E il suo clan pensa a vendette per la scelta olimpica di Londra

Pier Augusto Stagi

Siamo alle torte in faccia, alle espressioni triviali. Commentando l'indiscrezione del quotidiano sportivo francese sulla positività di Armstrong al Tour del 1999, positività all'Epo provata dai test del laboratorio di Chatenay-Malabry, il patron della Grande Boucle, Jean Marie Leblanc, aveva dichiarato di essersi sentito «tradito» da Armstrong. Ieri, da Washington, in teleconferenza dalla sede della sua squadra, la Discovery Channel, il texano ha detto di Leblanc che «ha il cervello bruciato» e riferendosi al test dei laboratori francesi, ha spiegato che «non esistono controanalisi, ma solo test. Nelle controanalisi ufficiali i risultati sono sempre stati negativi». Armstrong si è anche scagliato contro la validità dei metodi scientifici usati per fare nuove analisi su campioni d'urina congelati sette anni fa, senza tener conto delle condizioni di conservazione, e contro il laboratorio di Parigi che ha effettuato le nuove analisi.
Secondo il quotidiano sportivo francese, le analisi retroattive sui campioni «B» prelevati ad Armstrong nel 1999 - quando ottenne la prima delle sue sette vittorie al Tour - avrebbero rivelato tracce di Epo. «Non mi sorprende che abbiano i campioni - ha spiegato - ma quando li ho consegnati non contenevano Epo: questo lo posso giurare», ha dichiarato il campione, facendo intendere che quel flacone potrebbe essere stato manipolato e che il laboratorio francese, incaricato dei test, potrebbe aver anche violato le garanzie di anonimato dei campioni «B» dettate dall'Agenzia mondiale antidoping (Wada). Armstrong ha riservato a L'Equipe un ultimo affondo, affermando che il presunto scandalo in cui è stato coinvolto è solo un modo «per vendere i giornali. E questo vende». Ad ogni modo Armstrong non esclude un’azione legale: «Mi costerebbe un milione e mezzo di dollari e un anno di vita - ha detto - mentre io ho molte cose migliori da fare con tutti quei soldi e soprattutto con il mio tempo. Ci dovrò pensare bene: alla fine, è questa la domanda che devo pormi. Conviene muoversi legalmente, e soprattutto contro chi e in che modo?».
E questo è uno dei punti più delicati. I test fatti dal laboratorio di Chatenay Malabry non sono da considerare esami antidoping, ma più semplicemente prove di laboratorio atte a perfezionare i metodi di ricerca per individuare l'Epo nelle urine. In questo processo scientifico è venuto meno il principio della riservatezza. Perché sarebbe poi uscito solo il nome del corridore americano e non quello di altri, visto che tracce di Epo sarebbero state riscontrate in più flaconi? L'Uci, da noi più volte interpellata, non può fare nulla. «Per noi gli esami del '99 erano e sono regolari, a dircelo fu lo stesso laboratorio francese- spiega Enrico Carpani, capo ufficio stampa dell'Uci -. Anche Maradona segnò un gol con la mano, ma non per questo la Fifa, oggi, assegna la vittoria all'Inghilterra».
Dal laboratorio francese di Chatenay Malabry assicurano di avere agito in buona fede e, soprattutto, di aver rispettato la privacy. «Avevamo solo i numeri dei flaconi, il nome corrispondente al numero ce l'aveva solo la Wada», ha detto il direttore. Dalla Wada assicurano che la riservatezza non è mai venuta meno. Il ministero dello Sport francese, invece, tace.
In questo magma di accuse e calunnie, dal quale nessuno esce bene, c'è anche chi va sostenendo che questo gran polverone è stato tirato fuori a regola d'arte dai francesi per prendersi una parziale rivincita nei confronti di Hein Verbruggen, presidente dell'Uci e membro del Cio, l’uomo che ha il compito di valutare le città che presentano la candidatura olimpica. Di recente, si è visto prevalere Londra proprio su Parigi: siamo al fantasport.
Il problema resta comunque sempre lo stesso. Ad Armstrong serve una nuova impresa: cancellare le accuse. Come fare? La cosa è praticamente impossibile, perché lo scherzetto è stato ordito a regola d'arte. Il texano non può difendersi, davanti ad un'analisi sperimentale di laboratorio; davanti soprattutto ad un test di conoscenza scientifica e non ad un vero test antidoping. Volevano imbrattargli l'immagine: ci sono perfettamente riusciti.