ARON La tradizione che salva il progresso

Esce in italiano il «Saggio sulla destra» del filosofo francese: monito contro gli eccessi opposti di modernità e conservazione

Che cosa può voler dire ancora essere conservatori, dopo una rivoluzione? Significa restaurare, mantenere, magari ravvivare quel che la rivoluzione ha lasciato in piedi del vecchio mondo, oppure difendere i risultati della rivoluzione stessa? E se poi quella rivoluzione ha generato un mondo fondato sul mito del progresso, tale che tutto quel che esiste è di continuo scomposto, analizzato, giudicato inadeguato e infine cestinato, come si potrà mai esser conservatori senza rifiutare quel mondo alla radice, e senza perciò trasformarsi in lagnosi profeti di sventura, del tutto avulsi dal proprio tempo?
Che a porsi queste domande sia un francese, è piuttosto scontato. Che il saggio nel quale se le pone sia stato fino ad ora relativamente ignorato, invece, lo è di meno - tanto più che quel francese, Raymond Aron, non è proprio l’ultimo venuto. Forse al Saggio sulla destra non ha giovato l’essere uscito nel 1957, a ridosso dell’opera più nota e discussa di Aron, L’oppio degli intellettuali. Forse - anzi, certamente - nella seconda metà del Ventesimo secolo la destra è stata più condannata che compresa, e chi ne ha parlato pacatamente non è riuscito a far notizia. Sta di fatto che questo scritto, oltre a essere molto francese e molto «aroniano», è pure quanto mai interessante e attuale, e hanno fatto benissimo Alessandro Campi e l’editore Guida a proporne proprio in questo momento storico un’edizione italiana (pagg. 142, euro 10,20).
Molto francese e molto aroniano, dicevo, il Saggio sulla destra. Francese perché appartiene per intero all’universo peculiare del liberalismo d’Oltralpe. Un liberalismo che non si definisce tanto per la sua caratterizzazione ideologica, quanto piuttosto per il tentativo di trovare un equilibrio fecondo fra il mouvement e la résistance, la persistenza e il mutamento, l’Antico Regime e la rivoluzione. La società tradizionale a questi liberali non piace - proprio perché sono liberali, e credono quindi nel potere della ragione, dell’individuo, della modernità. E infatti alla destra tradizionalista Aron non fa sconti: il mondo è ormai irrimediabilmente cambiato, scrive, e chi si pone contro la corrente della storia è condannato alla sterilità, all’anacronismo, all’utopia nostalgica e vana. D’altra parte, il liberalismo francese non accetta neppure il mutamento per il mutamento, ossia l’eccesso di ragione e di modernità. Perché ha conosciuto il giacobinismo e il Terrore, e poi il bolscevismo loro figlio, e sa che sono nemici della libertà e dell’individuo tanto quanto lo è la società tradizionale - anzi, lo sono ben di più.
Aroniano il Saggio sulla destra lo è perché appartiene allo stesso mondo mentale dell’Oppio degli intellettuali: quello della «fine delle ideologie», caratteristico della seconda metà degli anni Cinquanta. L’epoca del benessere, del consenso keynesiano, della piena occupazione, del XX congresso del Pcus e quindi della crisi del comunismo - per quanti avessero occhi per vederla. L’epoca nella quale, al di sotto della superficie sempre agitata della lotta politica, potevano scorgersi le travature robuste di una società industriale matura, e poteva ritrovarsi intorno alla gestione di quella maturità una sostanziale convergenza centrista e riformista, tale che la destra moderata e la sinistra moderata si assomigliavano fra di loro assai più di quanto non somigliassero alle rispettive versioni estremiste.
Ma se è così marcatamente figlio della sua epoca, il Saggio sulla destra, perché dicevo prima che è pure, in questo momento storico, quanto mai attuale? Perché, a ben vedere, il problema che Aron si poneva la società occidentale non l’ha affatto risolto, e anzi si è riproposto con gran forza di recente - dopo l’11 settembre del 2001. Fermo restando che l’età contemporanea è l’età della ragione e del progresso, e che indietro non si torna, come possiamo evitare che l’eccesso di ragione e di progresso ci portino a un esito totalitario? Il quesito potrebbe parere anacronistico, più di due secoli dopo Robespierre, a novant’anni da Lenin, a diciassette dalla demolizione del Muro. Ma anacronistico in realtà non è: se l’utopia totalitaria per il momento l’abbiamo svelata e sconfitta, resta ancora quanto mai viva la radice di quell’utopia, il razionalismo radicale. Il fatto che esso non abbia più il potere di costruire alcunché non toglie che ne abbia ancora molto di distruggere, ossia di corrodere alla radice la ragione, e la società occidentale che sulla ragione è stata costruita.
È di fronte a questa sfida, la sfida che il razionalismo pone alla ragione, che Aron scopre quale ruolo un conservatorismo ragionevole e un ragionevole richiamo alla tradizione possano svolgere in una società moderna. «Oggi i liberali invocano la tradizione di libertà - scrive - perché sentono che le istituzioni rappresentative sono minacciate da nuovi rivoluzionari. Si sforzano di preparare la riconciliazione tra tradizioni, familiari o religiose, e pensiero razionalista, poiché sarebbe impossibile governare con metodi moderati una società in cui nessun obbligo fosse più percepito come tale». Solo la tradizione insomma, secondo Aron, può salvare il progresso, perché soltanto essa sa conservare le condizioni che lo rendono possibile.
giovanni.orsina@libero.it