Le "arpisellate" che bloccano l’Italia

Minacce velate, confindenze e forze oscure: frasi del genere tengono in scacco il Paese

Roma - La lezione è chiarissima: al telefono, specie se si fa i giornalisti, mai cazzeggiare. Meglio, molto meglio arpisellare. L’arpisellata non è esattamente un cazzeggio, ma nemmeno una cosa detta sul serio. È un’arpisellata, punto e basta. La quale arpisellata, a differenza della più triviale cazzata, lascia margini molto più ampi di giustificazione, basta dire che era una «elucubrazione» per poi sfangarla senza problemi, mentre il cazzeggiatore dovrà vedersela con carabinieri e pubblici ministeri. Questo perché l’arpisellata, a differenza del cazzeggio, può spaziare in iperuranii mentali, in disegni complicatissimi - e altrettanto incomprensibili - su quel che succede nell’orbe terraqueo, senza poi dover provare quel che dice.

L’arpisellatore, un professionista in confronto al misero cazzeggiatore, può sparare un sacco di arpisellate in una medesima telefonata, collocandosi però in uno spazio indefinibile tra la verità e il cazzeggio che non comporta né le responsabilità della verità né le conseguenze del cazzeggio (giocoforza frainteso e quindi indagato). Ne viene fuori, da tutto questo arpisellamento, anche un istruttivo manuale di relazioni istituzionali, e uno spaccato (inquietante) di come funzioni veramente il rapporto tra stampa e poteri.

Intanto il manuale. Prima regola della perfetta arpisellata: si chiami per nome, più che per cognome, il proprio referente e datore di lavoro: denota grande confidenza e quindi impone soggezione all’interlocutore. Così nell’arpisellata maxima, quella appunto del maestro Arpisella (che compone strofe come e meglio di Apicella), la Marcegaglia è preferibilmente soltanto «Emma». «Scusa cosa c’entra Emma?», «Mi si dice che sta partendo un dossier su Emma», «Non mi citare Emma, dai», «Questo creerebbe grossi problemi a Emma», e via così. Seconda regola, telefonare ai giornalisti per informarsi, anche lavorando di fantasia, ma poi sempre rivolgersi ad altri potenti per bloccarli o inibirli. Questo perché i giornalisti sono tutti «cari» e «amici miei», ma solo finché sono utili, se per qualche motivo diventano inutili o potenzialmente dannosi (anche qui, lavorando pure con la fantasia, dote che all’arpisellatore non può mancare), farli opportunamente cazziare dai loro boss. Sempre per il rispetto che si deve all’informazione, come giustamente dice Emma.

Terza regola, mai fermarsi alle apparenze. Istruire il proprio interlocutore, badando però bene che non si capisca una mazza, sulla presenza di forze oscure e poteri internazionali che operano dietro i Casini, i Buttiglione, i Fini, i Granata e anche i non Granata. Avvertire anche dei pericoli che questo comporta, segnalando per esempio che quelle forze non si limitano a manovrare le nostre vite e i burattini dei partiti, ma «ci pisciano anche sulla testa». La teoria arpiselliana dei cerchi sovrastrutturali (seconda solo ai cerchi nel grano causati dagli Ufo) può sembrare, a prima vista, una roba da riderci su. Ma attenzione così non è, come ha subito rilevato un osservatore imparziale come Beppe Grillo sul suo blog: «Nelle intercettazioni tra Porro e Arpisella, quest’ultimo si riferisce a una entità superiore ai teatranti della politica che governerebbe l’Italia, la chiama “cerchio sovrastrutturale”. Anche questa è una notizia vecchia. L’Italia è occupata da basi americane dal 1945 e il suo debito è in mano a Francia, Germania e Gran Bretagna. La data delle elezioni l’hanno decisa loro come gran parte della nostra storia del dopoguerra». Quindi, arpiselli d’Italia, prima di telefonare, meglio approfondire, per non dare «notizie vecchie» come giustamente osserva Grillo.

L’arpisellata, poi, ha due versioni. Quella difensiva, che precede l’arrivo dei carabinieri, e quella d’attacco. La seconda, ancora più spettacolare, avviene quando si telefona ad un giornale (mettiamo Panorama) e si minaccia di scatenare Confindustria contro il governo (che peraltro non è l’editore di Panorama). Il bello dell’arpisellata è che, anche in queste vesti, non è comunque una minaccia, anche se magari viene erroneamente percepita come tale. Ma il confine è molto sottile, e serve maestria. Ci vuole pochissimo a passare dalla arpisellata al livello subito dopo: la cappellata.