«Arredo ville e yacht i sogni non sono lusso»

Leopold Cavalli, ad di Visionnaire, e i primi 10 anni di azienda: «Prendiamo desideri e li trasformiamo in realtà»

Ci sono le tappezzerie in seta affrescate e ricamate, le credenze in marmo pregiato, le librerie in legno laccato. Ci sono i lampadari di cristalli e piume, divani e sofà in raso o cavallino, mosaici e opere d'arte. E quel tavolino in madreperla disegnato da Steve Leung (pluripremiato archistar di Hong Kong)impreziosito da un fossile incastonato. È solo un'idea del mondo «Visionnaire», boutique del lusso suddivisa fra i duemila metri quadrati della galleria in piazza Cavour, a Milano (al posto dell'ex cinema)e i nuovi 250 metri quadrati «su strada», lungo via Turati. Definirle esposizioni gioiello è comunque riduttivo. La società vanta partner finanziari ricchissimi come il belga Albert Frère e una tradizione familiare di competenze nel settore dell'arredo che affonda le radici nel 1961, «quando nonno Vittorio e zio Pompeo, fra i primi, parteciparono al salone del mobile» ci spiega Leopold Cavalli, ad del gruppo.

Perchè Visionnaire?

«L'azienda fondata dal nonno esiste tuttora, la Ipe. Nel 2004 nasce la collezione Visionnaire. Il nome spiccava sull'insegna di un negozio vicino alla Rotonda della Besana: all'interno vi erano pezzi stravaganti e accostamenti che mi conquistarono. Comprai il marchio nella speranza di diventare anch'io un po' visionario».

Cosa producete?

«Arredi di lusso, dai pavimenti ai divani, tappezzerie, tappeti, cucine, bagni, tutto quello che c'è in una casa, dagli schermi per la zona living, agli accessori come sottopiatti e bicchieri e poi quadri, statue, lampadari. A catalogo abbiamo 4mila oggetti. Nulla di banale, tutto su misura, di più...»

Ossia?

«Interpretiamo i desideri del committente, quando abbiamo capito le richieste, lo stupiamo presentandogli una casa o uno yacht o un aereo da sogno. Siamo come lo stilista a cui si rivolge l'attore di Hollywood per l'abito della notte degli Oscar. Diamo un'interpretazione, un “quid” in più, da visionari, insomma».

Cosa serve per lavorare così?

«È fondamentale sapersi organizzare. Coinvolgiamo 67 realtà produttive, il falegname, il laccatore, il tappezziere, il cromatore, il pigmentatore, il laserista, il cristalliere: in sei o otto settimane finiamo una villa. Non si può tardare, non si può sbagliare, ci si deve adattare (ad esempio a lavorare in trasferta inseguendo gli yacht nei posti più assurdi), per questo scegliamo l'apporto delle eccellenze italiane. Si deve garantire l'anonimato e l'esclusiva degli arredi».

Il fatturato?

«La nostra è una nicchia, ci sono poche aziende dedite al lusso che ci fanno concorrenza. Se il settore muove 650milioni l'anno noi arriviamo a 50milioni. Abbiamo 100 milioni di capitale. Conviviamo con una doppia anima, da un lato il sapore della tradizione, dall'altro la forte capitalizzazione».

Chi compra Vissionaire?

«Gli stranieri nell'85% dei casi, così ripartiti: il 30% in Medio Oriente e Emirati, il 25% in Russia, il 20% in Estremo Oriente, il 3% negli Usa. Ma in autunno apriremo un grande spazio a Miami...»