ARREMBAGGIO AL PRESIDENTE

Della barca di D'Alema e del leasing della Banca di Fiorani per pagarla non ce ne importa niente. Consideriamo la ricchezza un bene. Il profitto altrettanto e del benessere non ne parliamo neanche. La pensiamo come Claudio Velardi, l'uomo che fu il capo del suo staff a Palazzo Chigi. Questo lo pensiamo noi ma non pensano così molti di quelli che D'Alema stesso si ritrova nella sua coalizione e tra i quali ci sono molti cattolici, pure un po' pauperisti, che vorrebbero tanto vederlo sulla barca ma per fargli fare il giro della chiglia, come d'uso un tempo, nelle navi catturate dai pirati. D'Alema è nel mirino del centrosinistra prima ancora che del centrodestra. Con lui - in misura minore - Piero Fassino. Il perché lo ha spiegato bene Francesco Cossiga: vogliono affondare la sinistra dentro un partito democratico e il primo da indebolire è il più forte, il presidente dei Ds. Per farlo fuori hanno scelto il contrappasso: chi di barca ferisce di barca perisce e, così, lo hanno imbarcato sulla barca mediatico-giudiziaria costruita da armatori che girano dalle sue parti. Con i quali ha fatto e sta facendo la sua navigata politica da tanti anni. E ci fosse uno, Prodi o Rutelli in testa, che avesse speso una parola per difenderlo. Dagli all'untore. Anche lui, per la verità, durante gli anni delle «manette facili», del «tintinnio delle manette» non si distinse particolarmente per difendere le garanzie e i diritti di coloro che venivano «imputati» dalla stampa prima che dalla magistratura stessa. Gli anni che frullavano tutto nell'assenza del rispetto del segreto istruttorio. E la questione è, oggi, quella di allora: la condanna prima del giudizio. Le garanzie come se non ci fossero. Come ha ancora detto bene il Presidente Cossiga, «non possono prendersela con i magistrati improvvisamente. Hanno interiorizzato troppo il verbo giustizialista, non sono abituati a criticare questo o quel comportamento. Per loro è un tabù. E non possono neppure prendersela con Prodi, che non li difende: l'hanno esaltato con le primarie». In più D'Alema ha difeso Consorte, il capitano della Unipol, tutta roba di sinistra, e lo ha fatto contro la Bnl dove è presidente Luigi Abete e siede Diego Della Valle, che vedono in D'Alema, probabilmente, l'ostacolo maggiore ad un governo di illuminati che sia espressione di tutta la finanza «buona», di tutta la stampa «buona», di tutta l'imprenditoria «buona». Cioè di quella che piace a loro, legittimamente, e che vorrebbero vedere al potere. Brutto pasticcio, Presidente D'Alema. Gran brutto pasticcio. Un pasticcio che a noi repelle. Che aborriamo. Che non vorremmo vedere nel nostro Paese. Ma ci verrebbe anche da dire: chi è causa del suo mal pianga sé stesso. E lo ripetiamo: il male non è la prima barca, quella del leasing, è la seconda, quella mediatico-giudiziaria nella quale può finire, potenzialmente, ogni cittadino. Anche Lei, Presidente D'Alema. Questo è il punto. Non sarebbe il caso di dire qualcosa su questo? Non sarebbe ora di rileggere tante cose con questo metro? Della scalata Unipol e dei metodi che Consorte ha usato si può parlare molto. E prima che in termini penali, che ci interessano meno (vedremo cosa dirà la magistratura, c'è tempo), in termini di politica della concorrenza e del sistema del credito italiano. Ma se non si parte dalla riflessione sull'uso delle notizie che dovrebbero essere nascoste dal segreto istruttorio e dalla cultura mediatico-giudiziaria non si arriverà mai da nessuna parte. Non è solo questione di complotti. È questione che quando i poteri si sostituiscono tra di loro si crea la Babele della democrazia che non fa tanto problema finché riguarda gli altri. Un po' meno quando lambisce la propria vita.