«Arrestate il dittatore» Ma il Sudan sfida il tribunale dell’Aia

«Non vale nulla, neppure l’inchiostro con cui sarà scritta». Parlava come un intoccabile Omar El Bashir alla vigilia della decisione della Corte penale internazionale dell’Aia. Eppure da ieri il presidente del Sudan, da vent’anni alla guida del più grande Paese africano, è accusato di crimini di guerra e contro l’umanità per la campagna di violenze che dal 2003 ha martoriato il Darfur. Sulla sua testa pende un mandato di cattura internazionale. A dispetto della boria con cui viene snobbata dal dittatore, la decisione rischia di trasformare il Paese, già devastato da guerre ed epidemie, in una polveriera e ha scatenato un putiferio nelle cancellerie di mezzo mondo, con gli Stati Uniti che chiedono «moderazione» a tutte le parti coinvolte, la Russia che parla di «precedente pericoloso» e teme «la destabilizzazione» dell’area, l’Egitto che si dichiara «molto preoccupato» e chiede una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sperando che la decisione possa essere «congelata» e la Lega araba che si riunisce d’urgenza.
È una situazione esplosiva quella scaturita dopo il sì dei giudici dell’Aia alla richiesta di arresto. Perché, nonostante sia caduta l’ultima e più pesante accusa nei confronti di Bashir - quella per genocidio -, il presidente è il primo capo di Stato in carica sul quale pende la richiesta d’arresto da quando la Corte è diventata operativa nel 2002. «Bashir è sospettato di essere responsabile di aver intenzionalmente diretto attacchi contro la popolazione civile del Darfur, uccidendo, sterminando, stuprando e trasferendo con la forza un gran numero di civili e saccheggiando le loro proprietà», ha riferito la portavoce della Corte Laurence Blairon. Crimini che hanno provocato 300mila vittime e due milioni di rifugiati.
Eppure la partita è tutta aperta. Bashir non ha nessuna intenzione di cedere. Il dittatore sta anzi tentando di alzare la tensione. Mentre l’Aia precisa che «il mandato d’arresto è immediatamente applicabile» e chiede «a tutti gli Stati di cooperare perché venga eseguito», mentre la Casa Bianca dà man forte al Tribunale sostenendo che chi «ha commesso atrocità deve essere portato di fronte alla giustizia», il ministro della Giustizia sudanese Abdel Basset Sedrat non ha dubbi: «Il Sudan non consegnerà nessuno» e Bashir «continuerà a esercitare il suo ruolo e manterrà le sue prerogative istituzionali» per difendersi da un piano «neo-colonialista». Di più: si presenterà il 30 marzo al vertice della Lega araba in programma in Qatar e «a tutti i vertici arabi e africani». Intanto Khartum ordina l’espulsione di almeno 10 organizzazioni internazionali (tra cui Medici senza frontiere), accusate di «spionaggio» per conto della Corte. E nonostante la situazione sanitaria e umanitaria rischi di precipitare, nella capitale una folla imponente ha manifestato per difendere la sovranità nazionale. Nel Paese della legge islamica è apparso anche qualche striscione che minaccia: «Siamo sulla via della Jihad».