"Arrestate il presidente del Sudan: genocidio"

Il procuratore della Corte penale internazionale elenca dieci capi
d’imputazione per gli oltre 300mila morti nella tormentata regione del
Darfur. Ma la richiesta del tribunale dell’Aia è rigettata da Khartoum che minaccia ritorsioni. L’Onu in allerta sospende l’attività dei caschi blu

«Arrestate il presidente del Sudan», chiede l’accusa della Corte penale internazionale de L’Aia. Un tribunale permanente, ma riconosciuto solo da una sessantina di Stati, che ha il mandato di perseguire i criminali di guerra. Il procuratore generale della Corte, Luis Moreno-Ocampo, ha elencato dieci capi d’imputazione contro il capo di Stato sudanese Omar Hassan al Bashir. Il presidente è accusato di genocidio e crimini contro l’umanità per il conflitto in Darfur, una desolata regione occidentale del Sudan. Dal 2003 la guerra in Darfur ha causato 300mila morti e due milioni e mezzo di profughi.

«Per oltre cinque anni milioni di civili sono stati sradicati dai villaggi che occupavano da secoli. I loro mezzi di sopravvivenza distrutti e la terra saccheggiata e occupata», ha denunciato il procuratore. Nei campi profughi «le forze di Al Bashir uccidono gli uomini e stuprano le donne». Si tratta dei famigerati janjaweed, i “diavoli a cavallo”, miliziani islamici decisi a sterminare interi popoli come i Fur. «Non ha avuto bisogno di proiettili. Ha usato altre armi: stupri, fame e paura. Efficaci e silenziosi», ha detto il procuratore dell’Aia riferendosi al presidente sudanese.

Ora toccherà ai tre giudici dell’udienza preliminare vagliare le prove dell’accusa e convalidare la richiesta d’arresto, che poi passerebbe all’Onu. Il governo sudanese ha promesso di «reagire». «Ribadiamo la nostra opposizione alla Corte internazionale (mai riconosciuta dal Sudan, nda) e respingiamo ogni sua decisione», ha detto il portavoce del governo, Kamal Obeid. Fin da domenica gli oltranzisti sudanesi erano scesi in piazza, guidati da alcuni ministri, per minacciare rappresaglie nel caso fosse stato richiesto l’arresto del loro presidente. Al Bashir, ufficiale di carriera, è arrivato al potere 19 anni fa con un golpe islamico. L’inchiesta della Corte internazionale è partita nel 2005 su richiesta dell’Onu.

Il segretario generale, Ban Ki moon, ha chiesto garanzie sulla sicurezza del personale delle Nazioni Unite nella regione del Darfur. Non a caso da ieri le attività della missione dei caschi blu dell’Onu e dell’Unione Africana sono sospese. Gli occidentali stanno lasciando il Sudan temendo rappresaglie. L’ambasciata americana ha rafforzato le misure di sicurezza. Gli Stati Uniti hanno invitato tutti «alla calma», mentre paesi come l’Arabia Saudita e la Tanzania si scagliano contro la decisione della Corte internazionale. I ribelli del Darfur, invece, gioiscono. «Aspettavamo da tempo questo momento. È una vittoria del mondo civile e della gente che soffre nel Darfur», ha esultato Suleiman Sandal. A maggio il comandante del Movimento per la giustizia e l'uguaglianza riuscì ad arrivare con i suoi guerriglieri a pochi chilometri dalla capitale. Forte di questo clamoroso blitz ha promesso alla Corte internazionale di portare il presidente sudanese «davanti alla giustizia».