"Arrestate il soldato, uccise Melania" Dopo tre mesi la svolta del giallo di Ascoli

La svolta a tre mesi dal delitto di Melania Rea. La procura di Ascoli chiede al gip un ordine di custodia cautelare per il marito della vittima, Salvatore Parolisi. I legali del militare all'attacco: "Inaudita questa fuga di notizie"

Se tre indizi valessero davvero una prova, beh, allora il caporalmaggiore Salvatore Parolisi, potrebbe essere già in galera. Da un pezzo. Contro di lui ce ne sono ben di più e non da oggi. Un castello di bugie, omissioni, imbarazzanti silenzi, il suo. E forse qualcos’altro.

Fosse stato per i carabinieri il «tintinnare» delle manette si sarebbe udito almeno un mese fa. La procura di Ascoli, prudente, aveva preferito attendere. Sperando nella «prova del nove». Non è arrivata. Ma alla fine anche questi pm «più realisti del re» hanno rotto gli indugi. Cosa accadrà poi è tutto da vedere. Fatto sta che i giudici che indagano sull’omicidio di Carmela «Melania» Rea adesso hanno chiesto l’arresto del marito. Toccherà al gip Carlo Calvaresi decidere, può prendersi quasi tutto il tempo che vuole. Il faldone di atti e documenti è lungo e pesa. Parte da quel 18 aprile, giorno in cui la moglie del soldato sparì come inghiottita nel nulla, passando al ritrovamento del suo cadavere martoriato e oltraggiato in una macabra messinscena, per arrivare fino a ieri. Dopo settimane di esami dei Ris, quelli dei Ros su telefonini e celle d’aggancio, alle testimonianze di chi c’era e di chi no, alle menzogne, ai depistaggi, alla analisi mediche, ai riscontri degli investigatori giunti al dunque, una volta tanto, grazie alla più tradizionale delle indagini. Vecchio stampo. Fatta di interrogatori infiniti, di sopralluoghi, di pedinamenti, verifiche, riscontri alle parole. Anche, e soprattutto, a quelle non dette.

Salvatore Parolisi, lui, non ha mai fatto un passo indietro. Da perfetto veterano dell’esercito, uno tornato dall’Afghanistan, uno che ama le belle donne, le addestra, e che forse si sentiva stretto in quel nuovo ruolo di marito e papà.
In questi giorni il «pericolo» da buon militare deve averlo fiutato. Era rispuntato in caserma dopo tre mesi di licenza, ieri però dopo quattro giorni di lavoro, ha deciso di anticipare il weekend. Tornando dai suoi genitori a Frattamaggiore, in via Massimo Stanzione. La piccola Vittoria, la sua bimba rimasta senza mamma, era già a Somma Vesuviana, in casa dei nonni, dei genitori di quella bella ventinovenne che per l’accusa sarebbe stata trucidata proprio dal marito soldato. Il racconto di Parolisi, le sue giustificazioni, le ricostruzioni farebbero acqua da tutte le parti. I suoi comportamenti pure. Stando al teorema degli inquirenti il caporale e Melania non sarebbero mai stati sul pianoro di Colle San Marco quel 18 aprile, almeno non nelle ore da lui indicate. E poi i cellulari, a quanto pare collegati contemporaneamente sulla cella di Ripe di Civitelle, dopo che Melania scomparve dal ripetitore di Cerqueto, sulla montagna dei Fiori, per finire là in quel bosco dove fu poi trovata cadavere.
«Siamo sicuri del nostro lavoro», ripete il comandante provinciale dei carabinieri Alessandro Patrizio. I documenti sono nelle mani della Procura. Mancavano le relazioni finali dell’anatomopatologo Adriano Tagliabracci oltre a quelle degli esperti scientifici dei carabinieri. Sono arrivate, più o meno.

Non c’è nulla che dica chi è l’assassino. Ma purtroppo non c’è nemmeno traccia di alcun altro che non sia Salvatore.
Sembra di stare in un punto sperduto tra Cogne e Garlasco, tra una Franzoni condannata e uno Stasi prosciolto. E ancora una volta si rischia di partire con un rischioso postulato. Ovvero: non può essere stato che lui. Qualunque sia la decisione finale, il dubbio sporcherà.

Il caporale, non commenta. Si è barricato in casa. I suoi legali al contrario fanno la voce grossa. Furibondi. Hanno scoperto dai tg della decisione della procura di Ascoli. «Inaudita questa fuga di notizie- attacca Walter Biscotti-, che il mio assistito debba apprendere dai mezzi di informazione che il pm ha chiesto nei suoi confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere è intollerabile». Déjà vu.