Arrestati 5 generali e 400 soldati: non spararono ai monaci birmani

Finiscono in carcere con l’accusa di diserzione i militari che si rifiutarono di aprire il fuoco sulla folla. Laura Bush: via i dittatori

Cinque generali e quattrocento soldati che si erano rifiutati di sparare contro i manifestanti in Birmania sono stati arrestati. Fonte della notizia, che dimostra l’esistenza di contrasti tra il regime e parte del mondo militare, è un funzionario birmano, che ha accettato di parlare sotto garanzia di anonimato al quotidiano indonesiano Jakarta Post.
I cinque generali - ha riferito il funzionario - non avevano obbedito all’ordine di schierare le proprie truppe contro i monaci buddhisti in corteo: il loro arresto, deciso dalla giunta militare al potere in Birmania, è stato immediato. I soldati, invece, erano stati protagonisti di un episodio avvenuto nella città di Mandalay, la seconda più importante del Paese: davanti ai monaci avevano abbassato le armi e avevano chiesto loro di perdonarli «per la grave colpa che avevano commesso». Il 90 per cento dei birmani sono di religione buddhista e la figura del monaco gode di universale rispetto: ucciderne uno, ha spiegato la fonte del giornale indonesiano, «è considerato uno dei peccati più gravi». Il funzionario ha anche detto che una parte dei dipendenti pubblici birmani starebbe tuttora attuando una forma di protesta contro il regime, non recandosi al lavoro da diversi giorni.
Anche la repressione, peraltro, continua. Un senatore filippino membro dell’Unione parlamentare internazionale - che mantiene contatti con birmani dentro e fuori dal loro Paese - ha detto di avere informazioni secondo cui tuttora «i militari bussano alle porte durante la notte, anche nei monasteri, e si portano via le persone arrestate». Queste persone rischiano la vita. E Win Shwe, 42enne attivista dell’Nld - il partito dell’opposizione al regime guidato da Aung San Suu Kyi -, secondo un’organizzazione per i diritti civili con sede in Thailandia è morto in seguito alle torture subite durante un interrogatorio in prigione. Shwe era stato arrestato il 26 settembre a Mandalay, una delle città birmane dove più forte è stata la partecipazione dei cittadini alle marce di protesta guidate dai religiosi buddhisti. Gli Stati Uniti pretendono un’inchiesta sulla morte di Win Shwe.
Sul piano internazionale, se Washington minaccia nuove sanzioni contro la giunta militare birmana se non cesserà «le atrocità contro il suo stesso popolo, a livello di Nazioni Unite la loro stessa diplomazia è al lavoro con quelle degli altri principali Paesi per arrivare a produrre una bozza di dichiarazione di condanna del regime birmano che risulterà assai più morbida di quella inizialmente presentata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Questo perché la Cina, principale alleato del regime birmano, lo pretende per dare il proprio assenso al testo (trattandosi di dichiarazione e non di risoluzione) che necessita dell’unanimità dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza.
Tornando agli Stati Uniti, è interessante notare che la first lady Laura Bush ha scelto per la prima volta di far sentire la propria voce in materia di politica estera. Lo ha fatto firmando sul Wall Street Journal di ieri un editoriale in cui manda anche un duro ammonimento ai generali birmani, ricordando che «il 2007 non è il 1988», quando riuscirono a reprimere nel sangue il movimento per la democrazia.
Infine l’Italia. Il ministro degli Esteri D’Alema, ieri a New Delhi, ha chiesto all’India (altro importante sostenitore del regime birmano) di «cooperare per porre fine all’uccisione di civili e avviare il processo democratico in Birmania». D’Alema ha anche ricevuto assicurazioni dall’India sull’elicottero militare europeo con tecnologia italiana: non lo metterà a disposizione di Rangoon.