Arrestati per truffa due medici del San Raffaele

«Adesso stanno andando fuori a prendere un aperitivo, per mettersi d’accordo». Detto in altri termini, «posso dirti che gli altri che hanno risposto sempre le stesse identiche cose, cioè quelle che si erano concordati sin da subito». Insomma, «abbiamo fatto una riunione, perché oggi eravamo convocati dalla guardia di finanza per quel fatto delle cartelle». E quella è «la riunione dei carbonari». Conversazioni al telefono, intercettate dalle Fiamme gialle. Così, secondo la Procura, alcuni medici della casa di cura Villa Turro, di proprietà del San Raffaele, stavano tentando di inquinare le indagini. Gli stessi che, secondo l’accusa, avevano «ritoccato» oltre mille e 600 cartelle cliniche attestando ricoveri non giustificati per ottenere rimborsi gonfiati dalla Regione. Ieri, gli arresti. Il gip Luigi Varanelli ha disposto la custodia cautelare in carcere per Luigi Ferini Strambi (già finito agli arresti nove anni fa per truffa e falso in atto pubblico, poi assolto per «intervenuta prescrizione»), direttore dell’Unità per la cura del sonno, e i domiciliari per il direttore sanitario della clinica Pasquale Mazzitelli. Le accuse sono di truffa ai danni dello Stato e falso ideologico. Non solo. La stessa «Fondazione centro San Raffaele del Monte Tabor» è indagata, nella persona del suo legale rappresentante don Luigi Verzè, per violazione della legge 231 del 2001 sulle procedure di controllo e prevenzione degli illeciti nelle società. Infine, i militari del Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza - che hanno condotto le indagini - hanno sequestrato quasi 3 milioni di euro. Crediti che l’ospedale di via Olgettina vantava con la Asl e che - scrive il gip - «sono da considerarsi profitto dei reati».
L’inchiesta, coordinata dai pm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano, riguarda presunti illeciti commessi tre il 2004 e il 2006, periodo durante il quale nell’Unità per la cura del sonno di Villa Turro transitano migliaia di pazienti. Un numero di ricoveri maggiore in «termini proporzionalmente spropositati rispetto alle analoghe strutture regionali». Prestazioni sanitarie «normalmente rese in regime ambulatoriale», sottolinea Varanelli nell’ordinanza di custodia cautelare, ma per le quali veniva fatto ricorso «alla pratica del ricovero per tre giorni», così da «conseguire cospicui introiti del tutto ingiustificati». Tutti costi a carico del sistema sanitario nazionale.
«Dall’indagine - prosegue il gip - è emersa una serie sterminata di truffe ai danni dello Stato», perché i rimborsi richiesti dalla clinica «erano sistematicamente dilatati» e «non trovavano idonea giustificazione». Il giudice, infine, non manca di sottolineare «l’inquietante scenario di una comprovata attività di inquinamento probatorio, volta a ostacolare e inficiare le indagini in corso», anche attraverso «incontri specificamente mirati a inquinare l’acquisizione genuina delle prove».