Arriva al capolinea la via Ds al potere

Piero Fassino è tornato a ripetere il suo argomento difensivo. Ha detto che con il caso Unipol c’è chi spera «di dare un colpo ai Ds e ai loro dirigenti» in vista della nascita del Pd. Ha continuato ad alzare il tiro sulla stampa e a sfuggire al vero problema. E il problema - in primo luogo per lui, ma per tutto il sistema politico - è che la storia del post-comunismo italiano sta finendo nel modo peggiore. Con una lenta e graduale implosione. In una sequenza dove sono sottolineati in rosso tanti episodi tra loro collegati: le scissioni e le diffidenze che accompagnano la scelta del Partito democratico, la debolezza politica della Quercia all'interno dell'Unione, le conseguenze disastrose di esperienze di governo, prima fra tutte quelle della Campania e - da ultimo, ma non certo per importanza - le attenzioni che la magistratura sta riservando a figure di primo piano dei Ds e alla loro «pratica del potere».
Il caso Unipol è parte di un insieme di segni. I segni di una crisi profonda, che certo pesa non poco anche sulla scelta di sciogliere e ricomporre nel Pd l'eredità di quello che per sessant'anni, dalla falce e martello alla Quercia, è stato il ceppo più importante della sinistra, con le sue culture, i suoi bacini sociali, i suoi interessi. Non deve ingannare il fatto che Walter Veltroni, un leader che viene dal passato di Botteghe Oscure, sia il trionfatore annunciato delle primarie di ottobre. Quella del sindaco di Roma è la storia di una fuga individuale da un mondo che sta crollando, dal cedimento di uno dei pilastri su cui si è retto il sistema politico bipolare: cioè una sinistra che riuscì a sopravvivere all'esame del 1989 solo grazie al terremoto di «mani pulite», ma che dopo non ha mai saputo trovare un'identità ed esprimere una cultura. Che pur essendo maggioranza non ha mai potuto indicare un presidente del Consiglio, con l'eccezione di D'Alema, ma solo grazie al ribaltone del '98. Che non ha mai avuto capacità di coesione, come dimostrano oggi le rotture di Mussi o dei «rifondatori socialisti». Che non è stata in grado di dare una sola battaglia riformista. Che ha saputo solo essere «potere».
Qui oggi si è aperta la crisi. Colpisce in primo luogo il quadro che le inchieste giudiziarie stanno componendo e non penso soltanto al giudizio dato da Clementina Forleo su D'Alema, Fassino e Latorre o alla richiesta di rinviare a giudizio Bassolino. È il quadro di un progetto presentato fin dall'inizio come alternativa globale sia alla «vecchia politica» che al centrodestra - progetto descritto con retorica ancora nella lettera dell'altro giorno di Prodi ai militanti della «sinistra sinistra» - e che si è ridotto ad essere, appunto, una «pratica del potere». Da privilegiare sempre e comunque, cominciando dalle scalate bancarie fino alle candidature per le primarie del Pd.
Perché questa crisi si è aperta ora? Per anni ha retto la maschera rappresentata dall'antiberlusconismo. Poi ha cominciato a prendere corpo e a dominare su tutto il progetto del salto nel Partito democratico, con il disegno di trasferire in un’altra dimensione la storia del post-comunismo, ma con lo stesso metodo con cui era stata compiuta la fuga dal Pci, cioè senza misurarsi davvero con il rapporto tra il peso del passato e le sfide della modernità. Il progetto di restare immuni e di sfuggire ai conti forse sarebbe riuscito se il governo Prodi non fosse precipitato fin da subito in una crisi verticale di credibilità. Se non avesse mostrato una somma di debolezze e se i più deboli, nell'Unione, non si fossero rivelati proprio i Ds, che sono stati incapaci di leggere la progressiva crisi delle alleanze con i poteri non rappresentativi - dalla stampa alla giustizia - che avevano costruito nel bipolarismo.