Arriva dagli Usa il film scandalo: troppo hard, vietato agli under 18

«Shortbus» non risparmia ogni genere di sesso spinto</B>, ma l’autore minimizza: «Solo una commedia»

Michele Anselmi

da Roma

Tira un venticello di scandalo su Shortbus, melodramma porno a prevalenza gay, pure divertente, da venerdì sugli schermi in cinquanta copie. Avverte infatti il distributore Valerio De Paolis: «Un certo perbenismo, che non critico, impedisce ad alcuni esercenti di programmarlo. Lo considerano porno. E non parlo solo di multiplex, più legati ad un consumo familiare. Non polemizzo, però mi pare riduttivo. Fermo restando che il divieto ai minori di diciotto anni è d’obbligo». La pensa così anche la commissione di censura che ieri ha confermato il massimo divieto senza chiedere tagli. Ragionevolmente. Perché avrebbe significato alterare lo stile del film firmato dal simpaticamente scorretto John Cameron Mitchell, omosessuale dichiarato nonché figlio di un generale dell’esercito statunitense tutto chiesa, patria & famiglia.
Non è la prima volta che il cinema d’autore ospita scene hard, insomma di sesso non simulato. Cominciò Bellocchio con Diavolo in corpo, anche se poi fu la francese Catherine Breillat, con Romance, a perfezionare il concetto, mostrando con Rocco Siffredi ciò che prima era tabù: ovvero il sesso maschile in erezione. Shortbus, da questo punto di vista, non si risparmia, infilando nei primi dieci minuti un giovanotto piuttosto contorsionista che riesce a farsi da solo una fellatio, un’eiaculazione abbondante che si abbatte su un quadro astratto alla Pollock, completandolo artisticamente e un’orgia festosa con penetrazioni varie.
Niente è lasciato all’immaginazione, e però, come annotò da Cannes il nostro Stenio Solinas, «il film ha una sua grazia che in qualche modo lo salva dalla noiosità greve del porno e dalla gratuita cupezza in cui quasi sempre affondano le pellicole che hanno il sesso spinto al centro della storia». Sarà perché Mitchell, pur citando tra i maestri Pasolini e Genet, opta per un tono lieve, da commedia non maliziosamente erotica, che fa del sesso «una metafora della vita dei personaggi, una cartina di tornasole delle loro terminazioni nervose». E dunque: «Non dico che il sesso libero fa bene, dico che il buon sesso aiuta. E buon sesso significa rispetto reciproco, capacità di guardarsi negli occhi».
In una New York post 11 Settembre, sempre più costosa e permeabile alle minacce, una coppia di bei giovanotti gay molto innamorati va da una sessuologa cino-canadese per sapere se fanno bene a diventare coppia aperta. Uno dei due, James, appare depresso, ingurgita pillole e filma ogni suo gesto, inclusi i più intimi. Anche la sessuologa, però, avrebbe bisogno di un esperto, giacché, pur posseduta continuamente dal marito arrapato, mai ha conosciuto le delizie dell’orgasmo. Infine c’è Severin, che si vergogna del suo vero nome (Jennifer Aniston, come l’attrice) e per campare si prostituisce nel ruolo di femmina dominatrice al soldo di improbabili clienti masochisti.
Tutti, prima o poi, si ritrovano allo Shortbus, fantasioso locale fuori dalla legge, diciamo un gioioso lupanare democratico, dove si pratica sesso collettivo, si beve, si canta, si parla d’arte e politica. «New York è dove tutti vengono a farsi perdonare», sospira a un certo punto un anziano gay che un tempo fu sindaco della metropoli. E certo la Grande Mela, pur provata dall’attacco alle Twin Towers, emerge dal film malandrino come una comunità capace di rigenerarsi, di ritrovarsi anche nel buio del black-out, di annullare pregiudizi e ipocrisie nell’ammucchiata liberatoria. A pensarci bene, Shortbus sembra un po’ la versione spinta di Le fate ignoranti: identico lo sguardo affettuoso su quel manipolo di coloriti freaks, irregolari e travestiti, s'intende sessualmente promiscui.
Eppure l’America puritana che ha rieletto Bush sembra aver ben digerito la provocazione. «In effetti, nessuno ha gridato allo scandalo. Sarà perché i conservatori si sono fatti più sofisticati. O forse sono troppo impegnati a spiegare i loro scandali, sessuali e no», celia il regista. Per lui Shortbus viene preso dal pubblico «come una commedia newyorkese alla Io & Annie». Magari esagera un po’, giacché, pur ossessionato sul sesso, mai Woody Allen mostrerebbe piselli turgidi e uova elettriche piazzate in quel posticino, alla maniera di L’impero dei sensi.