Arriva il documentario che uccide Bush

Dopo le proteste sono stati rimossi alcuni manifesti promozionali che assomigliano a lapidi cimiteriali

da Roma

C’è chi si ferma a guardare, perplesso. Chi si arrabbia e scuote la testa. Chi sorride, forse plaudendo all’ipotesi. La pubblicità parapedonale raffigura un manifesto bianco listato a lutto, con la scritta bronzea: George W. Bush. Sotto due date: 06/07/46 - 19/10/07. E il titolo del film: Death of a president, morte di un presidente. Di sicuro Bush non se la passa bene, ma tra il criticarlo e ipotizzare la sua dipartita ce ne passa. Eppure il regista britannico Gabriel Range non sembra intimorito dall’ondata di sdegno che ha sommerso il suo finto documentario presentato l’11 settembre scorso (non è un caso) al festival di Toronto, premiato dai critici ma boicottato dagli esercenti americani. Ammette, bontà sua, che «la premessa ha sicuramente un carattere sovversivo», ma aggiunge: «La storia ci insegna che non c’è nulla che abbia un impatto più sconvolgente sull’America dell’assassinio di un presidente».
Acquistato per l’Italia dalla Lucky Red (esce il 16 marzo), il film è di quelli fatti apposta per dividere. A partire da quel funereo manifesto congegnato apposta per il lancio italiano. Qualche esercente ha «smontato» il cartonato all’ingresso dei cinema di fronte alle reazioni degli spettatori; ma il distributore Andrea Occhipinti sostiene che «Death of a president è una provocazione utile, una metafora potente». Vedremo come reagirà il pubblico, specie quello che fece la fila per Fahrenheit 9/11. Di sicuro gli americani hanno rigettato il paradosso, se anche la senatrice Hillary Clinton ha liquidato l’operazione come «despicable, absolutely outrageous», ovvero «spregevole e del tutto immorale» (non meno duro è stato Kevin Costner, che ha rivolto un pensiero ai parenti del presidente).
A questo punto vi chiederete: che cosa mostra di così oltraggioso Death of a president? Appunto la morte di Bush. Un’ipotesi spostata in un futuro ravvicinato, datato 19 ottobre 2007. Il regista immagina che quel giorno, reduce da un discorso allo Sheraton di Chicago, il 53esimo «commander in chief» venga colpito al petto da un cecchino. Giornata cominciata male: col corteo presidenziale fronteggiato da una combattiva manifestazione pacifista, al grido di «Chicago odia Bush». Un odio morale che di lì a poco si muta in piombo mortale. Il tutto viene ricostruito in forma di documentario (lo strillo del film è «Cosa succederebbe se...»): con testimonianze degli addetti alla sicurezza, agenti Fbi, portavoce e ghost-writer, la Limousine che sfreccia via con il presidente ferito, i servizi dei tg dall’ospedale, lo svilupparsi delle indagini. Tutto falso, con l’eccezione del discorso di Bush, punteggiato da battute ironiche in stile «scanzonato ragazzo di campagna». C’è anche Dick Cheney, il vicepresidente, che intona l’orazione funebre di fronte alla bara, citando per nome Bush: in realtà la sequenza, attualizzata con una piccola manipolazione sonora, viene dai funerali di Reagan.
Frenetico nei tempi e verosimile nelle facce, come sa fare un certo cinema anglosassone quando ricostruisce gli eventi con modi da giornalismo tv, il film - sorvolando sul discutibile assunto - sulle prime avvince, poi disturba. Perché se da un lato il regista si augura che «il film ritragga Bush anche come essere umano, amato dalle persone che lo circondano», dall’altro Death of president svela presto il suo messaggio politico. Finisce in carcere un giovane siriano, tal Jamal Abu Zikri, capro espiatorio perfetto a causa di un maldestro viaggio in Pakistan: e tanto basta per condannarlo. Ma non è lui l’assassino, bensì un insospettabile veterano di «Desert Storm», nero e patriottico, pure repubblicano, deciso a far fuori il presidente per vendicare il figlio morto in Irak. «Non c’è onore se si muore per una causa immorale», lascia scritto prima di uccidersi. Capìta l’antifona?