Arriva il grande rugby e per un giorno San Siro si tinge di «All Blacks»

Se il rugby è una religione, una partita degli All Blacks è come una messa celebrata dal Papa. Ovvero il rito nella sua forma estrema, l’infallibilità eletta a dogma. E pazienza se gli officianti sono vestiti di nero invece che di bianco, e invece dell’amore universale predicano il Vangelo della haka, la danza di guerra dei cannibali del Pacifico.
Che San Siro - portando un nome più da cattedrale che da stadio - fosse destinato ad ospitare prima o poi il rito degli All Blacks era in qualche modo inevitabile. Ed ora che la grande giornata ha una certezza e anche una data - sabato 14 novembre 2009, Italia-Nuova Zelanda - la domanda che si fanno i grandi capi del nostro rugby non è se vinceremo o perderemo - questo lo sanno tutti, fin da ora - ma se San Siro sarà pieno. Perché agli All Blacks non piace predicare nel deserto. Ma per riempire San Siro fino al terzo anello ci vogliono ottantamila persone. Quante ne vanno al Flaminio di Roma in un’intera edizione del Sei Nazioni. Il triplo di quelle che vanno a vedere il rugby milanese in un’intero campionato.
Ieri, a dare un’occhiata a Milano e al suo stadio, è arrivato Darren Shand, il team manager degli All Blacks: un giovanottino da settanta chili di peso che manda avanti la squadra di rugby più pesante del pianeta. Ha spiegato che venire a giocare in Europa per loro è «refreshing», perchè possono tirare il fiato. «Siamo orgogliosi di giocare a San Siro», ha detto Shand. Ed ha aggiunto che spera di tornare a visitare l’Italia nel 2015 o nel 2019, se otterremo di organizzare qui da noi una edizione della Coppa del Mondo.
Se per gli All Blacks venire a Milano sarà una rinfrescata, lo stesso non si potrà dire per l’Italia. Usciti malconci dall’ultimo Sei Nazioni, gli azzurri stanno tentando una faticosa ricostruzione. A giugno andranno a farsi le ossa nell’emisfero sud. Ma è il prossimo autunno che li attendono appuntamenti da far tremare i polsi: la Nuova Zelanda a San Siro, poi il Sudafrica e le Samoa Occidentali: che sono qualche efelide sperduta sulla mappa del Pacifico, ma ci hanno superato anche loro nel rank del rugby mondiale.
«Ma il rugby è l’unico sport in cui alla Nazionale vengono perdonate la sconfitte», dicono ieri gli organizzatori. Verissimo. Ma per riempire San Siro non basteranno gli appassionati e i neozelandesi: servirà portarci chi non ha mai visto una partita di rugby in vita sua, le famiglie, i ragazzi delle scuole. Intanto si fanno due conti per capire se il terreno è abbastanza grande (nell’unico precedente di pallovale a San Siro, un’Italia-Romania di vent’anni fa, le aree di meta erano due fazzoletti). «Sarà un terreno perfettamente regolare - garantisce il consigliere federale Roberto Besio - 99 metri da porta a porta, dieci metri ogni area di meta». Sperando che i pali delle porte non buchino le serpentine che scorrono sotto il malfermo verde dello stadio.