Arriva «Hostel»: sangue a volontà

Pedro Armocida

da Roma

Più di cinquecento litri di sangue. Teste e dita mozzate. Volti sfigurati con la fiamma ossidrica. E ci fermiamo qui. Gli amanti del genere, horror naturalmente, potranno proseguire al cinema, dal 24 febbraio, questa piccola bottega degli orrori con Hostel, opera seconda di Eli Roth, classe '72. La Sony che lo distribuisce non s’è lasciata certo sfuggire la ghiotta occasione di giocare sul lato più crudo del film distribuendo utili sacchetti, come negli aerei, con le seguenti modalità d’uso: «Da portare alla visione del film ed utilizzare in caso di necessità». Negli Stati Uniti il film, costato poco più di quattro milioni di dollari, al botteghino ha raggiunto quota 42 milioni. Forte di questi numeri lo scanzonato regista, ieri a Roma, ha avuto gioco facile a spiegare il perché ci mostri tanta violenza. «Penso che in Hostel ci siano tante cose belle. Mentre è la realtà piena di cose brutte che disturbano. Io non faccio altro che rifletterle sul grande schermo. Se non vi piace, statevene a casa» spiega Eli Roth reduce da un incontro con il suo idolo Dario Argento.
Il regista e sceneggiatore, definito da Tarantino «il futuro dell’horror», in Hostel racconta la storia di due avventurosi ragazzi americani che esplorano l’Europa alla ricerca di sesso e droga facili. Finiscono in un ostello di Bratislava e dalle braccia di stupende ragazze passeranno a una fabbrica dismessa dove ricchi signori si divertono a giocare sui loro corpi. Il regista giura che si è basato su una storia vera: «Su un sito internet thailandese facevano affari sfruttando il brivido umano dell’assassinio». Poi, per sicurezza personale, ha scelto come ambientazione la Slovacchia, che non ha proprio gradito la gentilezza. Così Hostel «ritrae la violenza come forma di intrattenimento che appartiene alla natura umana. Nell’antichità c’erano i linciaggi pubblici, i gladiatori, la caccia alle streghe. Un aspetto oscuro comune a tutti noi. Ci siamo già dimenticati dei soldati statunitensi fotografati accanto ai mucchi di cadaveri?». Certo che no. E siccome, naturalmente, «gli horror hanno anche un sottotesto politico, riflesso della paura dei nostri tempi» ecco che il vero feticcio odierno è Bush, «lui che manda dei diciottenni a morire in Irak è horror». Ma bravo il nostro Eli che di marketing se ne intende.