Arriva Hover, dalla Cina con motore

Enrico Artifoni

da Bologna

Che effetto, ritrovarsi al volante della prima auto cinese importata in Italia. Sono fra i primissimi a guidarla e non so se considerarlo un privilegio o una condanna. La vettura si chiama Hover ed è un Suv (sì proprio uno di quei gipponi per presunti ricchi presi di mira dal nostro governo). Viene costruita in Cina dalla Great Wall, che vuol dire Grande Muraglia, e importata in Italia dalla lombarda Eurasia Motor Company.
L’avevano presentata un anno fa al Motor Show di Bologna: soddisfare le specifiche europee non è stato facile, ma dai e dai, alla fine l’importatore è riuscito a omologarla (per ora solo come autocarro) e a metterla in vendita. Non è un bluff, insomma, a differenza di un paio di precedenti tentativi di sbarco dalla Cina che per manifesta inferiorità, si erano infranti contro il muro dei crash test.
Confesso: passando all’Hover dopo aver guidato a lungo e con grande piacere una Bmw serie 3 coupé, mi sono sentito un po’ come Gigi Buffon, improvvisamente catapultato dai fasti del Mondiale alle miserie del campionato di B. Ma non ci ho messo molto a riprendermi, perché il benzinaio ha scambiato la cinese per una coreana, il che dieci anni fa poteva suonare come uno sberleffo, ma oggi è un complimento visti gli enormi progressi fatti dai costruttori di Seul.
E poi, questo macchinone che supera i 4 metri e 60 di lunghezza ed è alto quasi 1,80 ha pure un bell’aspetto. Lo stile trae ispirazioni da diverse concorrenti vecchie e nuove quali le imitazioni sono evidenti, ma senza pasticci, e l’insieme è tutto sommato gradevole. Prima di salire a bordo, do un’occhiata sotto: le sospensioni sono robuste, da vecchio fuoristrada, e insieme con il motore 2.400 da 133 cavalli di origine Mitsubishi fanno sperare in una discreta affidabilità. Ma per raffinatezza meccanica, l’Hover si può paragonare tutt’al più agli onesti fuoristrada di una generazione fa. Sono otto-dieci anni di ritardo rispetto ai migliori prodotti, un bel gap tecnologico ancora da colmare.
Buoni progressi sono evidenti invece nei materiali che rivestono l’abitacolo e nel livello delle finiture. Le viti a vista o qualche fessurina di troppo non cancellano l’impressione di una qualità accettabile per i nostri standard, che fa il paio con un equipaggiamento di assoluto rispetto: alzacristalli elettrici, climatizzatore, radio con Cd, persino i sedili in pelle e quant’altro. Dunque a bordo non stanno affatto male il guidatore e i tre passeggeri che la Hover è in grado di accogliere.
Un giro di chiave e via: scopro subito che il cambio manuale va maneggiato con cura, altrimenti si impunta nelle marce basse. Nel traffico, però, la cinese si destreggia bene, la visibilità in manovra è discreta, la maneggevolezza buona e il motore, sebbene non sia certo un fulmine di guerra, assolve onestamente il proprio compito senza fare troppo baccano anche quando si viaggia veloci in autostrada.
Qualche scricchiolìo filtra ogni tanto dalla plancia, giusto a rimarcare che i costruttori di Pechino e dintorni devono ancora farne tanta di strada. Ma al volante della Hover non si corre il pericolo di sentirsi dei marziani: amici e conoscenti non se la ridono, anzi chiedono seriamente e con una certa insistenza come va la macchina.
Dite la verità: si sentiva il bisogno dell’auto «made in China»? Probabilmente, no. Ma in rapporto a quello che dà, l’Hover di Great Wall costa poco (da 19.600 euro in su, fino ai 23.600 della versione più accessoriata), dovrebbe essere sicura (ha l’Abs, due airbag e la scocca rinforzata per ottenere quattro stelle nei crash test), è omologata euro 4 e si può installare l’impianto a Gpl opzionale quindi può circolare anche nei giorni di blocco del traffico.
«Che fa signora, lascia il suo Dash?», recitava un tempo una famosa réclame. Dopo aver provato la Hover, io per adesso, rispondo di no. Ma qualche pensiero a questa che c’è già e alle altre cinesi che sono in arrivo, mi sa che da oggi bisogna cominciare a farlo.