Arriva Katrina, eutanasia di massa

Massimo M. Veronese

Si è sentita perduta al centro di qualcosa di orribile che non aveva mai visto e non ce l’ha fatta più. C’erano cadaveri dappertutto e umido freddo fin dentro le ossa, milioni di litri di acqua sporca tutta intorno per chilometri e bande di sciacalli armati, senza legge e senza pietà. Si è trovata in mezzo a gente che chiedeva aiuto con l’ultimo respiro, che moriva di freddo sui tetti della case, che piangeva nel buio, si è sentita lei stessa sola, abbandonata, disperata, senza sapere se e chi sarebbe mai arrivato a portarla via da quella notte che non finiva più. Meglio morire, ha pensato, meglio cento volte morire che crepare così. Quando è andata via la luce, si è spenta anche l’ultima speranza. E ha deciso di farla finita. Ha estratto dalla valigetta la siringa, pochi gesti, rapidi, essenziali, il veleno pronto in un attimo, non ci voleva poi molto a far finire quell’orrore: «Ho pregato Dio di avere pietà della mia anima e poi...». Poi ha infilato l’ago nella vena, come un pugnale nel cuore, e i pensieri sono scivolati via. Ne ha ucciso uno, due, dieci e poi chissà. Uno alla volta, uno per uno. Malati terminali, gente senza speranza, uccisi da una siringa, da un plotone di esecuzione in camice bianco. Katrina è stata anche questo: uccidere vite per salvarne altre. In quelle ore buie, abbandonati a se stessi, i medici dell’ospedale sono stati costretti a fare una selezione disumana: da una parte i feriti, quelli che avevano bisogno di cure urgenti, quelli capaci di sopravvivere. Dall’altra i morti viventi, poveri esseri in agonia perduti nell’uragano. Se la prima dose di morfina non bastava, veniva raddoppiata. Poi venivano messi tutti in un angolo buio a morire. Accanto a loro un cartello feroce come una condanna: «Non rianimate».
Di lei non si sa nulla, né nome, né faccia, né vita. Si sa solo che dice la verità. È un medico, una donna, era sul luogo del delitto quella notte, ma non parla solo per sé. Racconta: «Non sapevo più cos’era giusto e cosa sbagliato, so solo che non c'era più tempo. Dovevo prendere una decisione subito ed era il momento più difficile, ho fatto quello che mi sembrava più giusto anche se adesso non so più». Cioè mettere fine alle sofferenze di chi non si sarebbe mai salvato.
Non mente. Il suo racconto è stato confermato da fonti ospedaliere e da funzionari governativi locali. Un responsabile dei servizi di emergenza, William «Forest» McQueen, ha già assolto tutti i medici: «Hanno dovuto prendere decisioni insopportabili». E spiegato ai parenti, sempre che si possa, che i loro cari erano stati uccisi, ma a fin di bene: «E le infermiere sono rimaste accanto a loro fino a quando sono morti».
La dottoressa ha lasciato New Orleans la settimana scorsa e ancora non si dà pace. Per un medico è difficile dover digerire il fatto di aver ucciso le stesse persone che professione, vocazione e umanità ti obbligano a salvare: «La gente non può capire una situazione del genere. Non è stato omicidio, è stata pietà. Sarebbero morti dopo qualche giorno, se non dopo ore. Dare conforto a chi muore non è uccidere». Cerca di convincere soprattutto se stessa: «Si trattava di dare alla gente il diritto umano di morire con dignità».
Non tutti hanno voluto arrendersi così. Nonno Clarence per esempio si è ribellato a un destino deciso da altri. La sua casetta di Slidell, un sobborgo di New Orleans, era stata risucchiata da Katrina con dentro tutta la sua vita di musicista. C’era il violino con cui il suo papà, che faceva il ferroviere e suonava in un complessino Cajun, gli aveva insegnato a suonare, e il premio Grammy, l’Oscar della musica, che Clarence aveva vinto ventitré anni fa, l’inizio e la fine di un amore durato un’esistenza intera. Per mezzo secolo aveva cantato, chitarra sul cuore, blues, country, jazz. E inciso con Eric Clapton, Ray Cooder e Bonnie Raitt. Era uno bravo Clarence, un pezzo grosso, uno importante. Ma anche lui non ne aveva per molto. Aveva 81 anni e dall’anno scorso era gravemente malato di cancro ai polmoni. Ma non sarebbe certo rimasto lì, nossignore, a farsi mandare al Creatore da Katrina o da qualche pietosa siringa piena di morfina. Clarence «Gatemouth» Brown l’hanno trovato dopo settimane nella sua casa natale di Orange in Texas, dove si era appena rifugiato per sfuggire alla furia di Katrina. Era disteso in salotto, vicino alla sua poltrona preferita. Morto di crepacuore, di tristezza, di nostalgia. Senza bisogno di nessuno.
Massimo M. Veronese