«Arriva l’apocalisse, scappate da New Orleans»

Guido Mattioni

Non è da lei, ma questa volta New Orleans si è davvero spaventata. E ha preso l’allarme-uragano incredibilmente sul serio. Così, quei suoi strani, bizzarri, adorabili e a volte sconcertanti uomini e donne che la abitano hanno riposto sax e clarinetti nelle custodie, hanno chiuso ben bene i barattoli delle «polveri da sparo» che loro chiamano spezie e hanno buttato in sacchi di plastica le ossa di pollo e le code di lucertole usate per i riti woo-doo. Obbedendo all’ordine delle autorità: «Via, via tutti dalla città!» Via, lontano dalla costa, perché il pericolo è serio. Via di corsa verso l’interno, a casa di parenti o amici e chi non ne ha verso un motel. Comunque via dall’umida, torrida, spesso violenta ma sempre bellissima e irresistibile «Big Easy», la «Grande Facile» dove la trasgressione è regola e dove le regole sono più mal sopportate dei cockroach, gli scarafaggioni rossi con le ali che come in tutto il Sud degli Stati Uniti planano dagli alberi di palma all’imbrunire, per andarsi a suicidare sotto le suole dei turisti in Bourbon Street o nei loro bicchieri di mint julep (metà bourbon, metà sciroppo di menta, un’autentica porcheria!). «Mandatory evacuation!». L’ordine lo ha impartito domenica mattina il sindaco della città, Ray Nagin, usando quelle due temutissime paroline - evacuazione obbligatoria - che ogni anno, da giugno a novembre, quanto dura la stagione degli uragani, gravano minacciose come spade di Damocle sulla testa delle decine di milioni di americani che vivono sulle coste degli Stati sud orientali d’America.
L’ordine scatta quando la «bestiaccia» di turno, carica di acqua, vento e rabbia distruttiva, viene classificata al livello cinque sulla scala Saffir-Simpson. E l’uragano Katrina, che dopo aver ucciso sette persone e lasciato dietro di sé i soliti disastri in Florida, ha puntato diritta su New Orleans, dove dovrebbe arrivare nelle prime ore di oggi, è davvero una bestiaccia di quel genere. Un grosso e pauroso ciambellone di nuvole nere che viaggia veloce come una formula uno, spinto da venti a quasi 300 chilometri orari sulle acque del golfo del Messico, il cui calore non fa che potenziarne la forza distruttiva. E stavolta New Orleans ha ragione ad avere paura. La città, mezzo milione di abitanti che diventano 1,3 milioni con i sobborghi, è un precario gioiello urbanistico che «sorge» (suona ironico scriverlo) in buona parte sotto il livello del mare: 1,8 metri, per l’esattezza, con l’unica protezione di un argine naturale alto a malapena il doppio. Un fragile e ottimistico «niente» che finora è bastato a scongiurare la parola più temuta in queste circostanze: flood, ovvero inondazione che tutto cancella. E questa volta c’è il rischio concreto che l’onda alzata da Katrina possa essere alta anche sei o sette metri. Una sorta di tsunami senza terremoto che potrebbe riversarsi sulla città strappando i delicati ricami di ferro battuto del Quartiere Francese, devastando le più raffinate botteghe antiquarie d’America, portando vie le panche di legno da Preservation Hall, il tempio mondiale del jazz, e spezzando come stuzzicadenti gli alberi che fanno ombra e compagnia alla statua di Louis Armstrong.
L’invito alla popolazione ad andarsene, ad abbandonare la città seguendo le indicazioni della polizia o le «vie di fuga» tracciate dai cartelli bianchi e blu delle Evacuation Route, è stato rivolto con fermezza anche dalla governatrice della Louisiana, Kathleen Blanco, mentre il presidente George W. Bush, dal suo ranch di Crawford, nel confinante Texas, ha proclamato l’emergenza in tutto lo Stato, autorizzando l’intervento della protezione civile federale: «Non posso sottolineare abbastanza il pericolo. Pensate a salvare le vostre famiglie. Andate via dalla costa e rifugiatevi in zone sicure. Faremo tutto quanto in nostro potere per aiutarvi». Un piccolo esercito di uomini e donne chiamati in parte ad assistere le persone non autosufficienti o non trasportabili, come anziani e invalidi, trasferendoli con flotte di pullman nei rifugi allestiti in occasione di simili emergenze (il più grande, a New Orleans, è il Super Dome, un mostruosamente grande e solido stadio coperto del football capace di contenere un centinaio di migliaia di persone) e in parte a vigilare sulle abitazioni rimaste vuote e alla mercè dei malintenzionati. Perché quelli lavorano sempre, anche (e soprattutto) quando soffia l’uragano.