Arriva l’invasione dei "replicanti del rock"

Sono sempre più numerosi i gruppi che ripropongono il repertorio e il
look delle band e dei cantanti più famosi. A volte sono dei veri cloni:
come "The musical box" che, secondo Peter Gabriel, suonano meglio dei
Genesis

di Bruno Giurato

Roma - È una sorta di invasione dei replicanti. Se un tipo colto come Roberto Calasso si occupasse di pop music direbbe che si tratta di un dilagare platonico di copie. Walter Benjamin, il critico che aveva teorizzato la perdita di unicità (dell’«aura») dell’opera d’arte, a quest’ora avrebbe i capelli dritti. Il fenomeno delle «Tribute band» ha cominciato a diffondersi in Italia una decina di anni fa, ed è appunto diventato un’invasione. Al punto che sulle «Tribute band» si sta tentando di creare un format televisivo, ci sono indiscrezioni su una puntata di prova registrata per Italia 1, un po’ sul modello di Re per una notte. E il regista Robert Zemeckis sta preparando un remake di Yellow Submarine dei Beatles usando attori molto somiglianti agli originali, e per le parti musicali una «Tribute band» dei Beatles, I Fab Four.

Una volta c’erano le classiche cover band, cioè i gruppi che andavano per locali suonando canzoni di artisti famosi. Grande scuola di musicisti, grandi palestre di sogni di rock’n roll fatte di sale prova fumose, i cartoni delle uova attaccati alle pareti per «insonorizzare». Tutto ciò è stato spazzato via dalle «Tribute band», i gruppi (iper)specializzati nel repertorio di un singolo artista, o gruppo. U2, Queen, Bon Jovi, Michael Jackson, Metallica, e naturalmente gli italiani: Vasco, Ligabue, 883, Laura Pausini, Neffa, Max Gazzè. Spesso le «Tribute band» studiano e imitano in tutto lo spettacolo dell’artista di riferimento: vestiti, strumenti, movimenti in scena, giochi di luce, aspetto fisico del cantante: in questo caso il termine giusto è «Clone band». L’idea era già diffusa negli Usa. Da decenni il Nordamerica è percorso da «impersonator» che cantano Elvis col tirabaci o suonano Hendrix col capello a nuvola afro. Ci sono anche i canadesi The musical box, riproducono i Genesis con un grado di fedeltà, visiva e uditiva, impressionante. Suonano meglio degli originali, dice Peter Gabriel.

Oggi tocca all’Italia, che è anche il principale produttore e esportatore europeo di «Tribute band». Chi vuole passare una serata storico-nostalgica dedicata ai Pink Floyd può andare a un concerto dei romani Fluido Rosa, ascoltarli è come avere Gilmour e compagnia nel locale all’angolo. Il cantante dei Big Ones sembra il fratello gemello di Steven Tyler degli Aerosmith. Gli Achtung Babies rifanno gli U2 in maniera calligraficamente perfetta. Il cantante dei Jacksonmania indossa abiti realizzati in Usa da sarti specializzati nella riproduzione dei vestiti di Jacko. Gli Itallica, manco a dirlo, sono la «Tribute band» italiana dei Metallica.

Silvio Carracini, responsabile del sito livetributeband.it, che raggruppa le «Tribute band» italiane, ci racconta di cantanti che vanno dall’odontotecnico per farsi modificare l’arcata dentale come una certa rockstar, e di cloni di Freddie Mercury che prima di salire sul palco indossano una protesi in plastica, sorta di denti da Dracula, per avere gli incisivi pronunciati come il cantante dei Queen. L’artista italiano più «tributato» (ci si passi il termine) è di gran lunga Vasco Rossi, seguito da Ligabue. Le «Tribute band» dedicate al Blasco sono più di un centinaio, forse duecento. Le più famose, da Vascombriccola ai Diapasonband ai Vascorealtribute, a volte ospitano in concerto qualche musicista, o ex, del signor Rossi. I repertori sono studiati con cura maniacale, spesso la «Tribute band» ripropone la scaletta dell’ultima tournée dell’artista, brano per brano. Non sappiamo al lettore, ma a chi scrive fa un po’ impressione l’idea che duecento Vaschi si aggirino per l’Italia indisturbati, con occhiali scuri, giubbottino militare d’ordinanza, voce strascicata al grido di «Tra la la la la la la/ Fammi godere».

Un’invasione dei replicanti sì. Ma sta di fatto che il pubblico risponde, si presenta ai concerti, compra i gadget, chiede di farsi fotografare insieme al simil-idolo. Ed è un sollievo anche per l’indotto nel settore vita notturna, già colpito dalla crisi economica e dai divieti di vendita degli alcolici. Molte «Tribute band» arrivano a fare tra i 120 e i 140 concerti l’anno, il cachet per serata va dai 1500 ai 3000 euro, ci racconta Luka Giordano dell’agenzia Unionsound, specializzata in Tribute e cover band. Johnny Malavasi dell’agenzia Jamforlive ha in programma per l’estate prossima una sorta di Woodstock delle «Tribute band», una tre giorni di pace, amore & sosia di vari generi musicali.

E c’è anche una sorta di marchio Dop. Alcune «Tribute band» ottengono, per anzianità di servizio e per riconoscimento di pubblico, la dicitura «Tribute band ufficiale» dal mangement dell’artista. Fatto curioso, un po’ come se un’orchestra ottenesse un bollino per eseguire Mozart. Ed è ancora più curioso che un bel gruppo come «Gli operai della Fiat 1100», che propongono il repertorio di Rino Gaetano ma senza copiarlo, senza gilet e cilindro per cappello, invece arrangiando e suonando a modo loro, non abbiano ottenuto lo status di «ufficialità».

Ma in fondo le Clone band fanno bene sia all’artista che tiene vivo il fuoco sacro della popolarità sia ai musicisti che lavorano e guadagnano sia al pubblico che segue e, a quanto dicono i numeri, apprezza. Certo, l’aura un po’ ne soffre, ma forse Walter Benjamin non avrebbe apprezzato neanche gli originali...