Arriva l’inviato dell’Onu: «Lei qui non entra»

da Washington

Ibrahim Gambari avamposto solitario. Ex ministro degli Esteri nigeriano, Paese non estraneo a contese, disordini e repressioni, l’hanno mandato avanti le grandi potenze, attraverso il canale dell’Onu che egli rappresenta, a tastare le acque ribollenti della Birmania ancora una volta al bivio fra il caos e l’ordine dei fucili. Il suo mandato è di convincere la giunta militare a desistere dall’uso della violenza, che negli ultimi giorni è diventato sistematico, e a cercare un dialogo con l’opposizione e i monaci buddhisti. Quali e quante siano le sue chance l’ha confermato subito l’accoglienza che gli è stata riservata. Gambari non ha dovuto aspettare più di 24 ore per ottenere il visto ma, appena l’aereo che lo ha portato da Singapore si è posato sulla pista di Yangoon, egli è stato subito invitato a salire su un volo alla volta di Naypyidaw, la capitale artificiale e nuova di zecca, 400 chilometri più a Nord, allo scopo evidente di impedirgli di prendere qualsiasi contatto con la realtà del Paese e con le sue angosce. Egli parlerà dunque soltanto con membri della giunta militare. È il massimo cui può aspirare - e lo ha già chiesto - è un colloquio diretto con il generale Than Shwe, massimo detentore del potere. Gambari ha già fatto chiedere, naturalmente, di potersi incontrare con personalità dell’opposizione e in particolare con Suu Kyi, la donna che del movimento democratico è guida e simbolo e che da anni si trova agli arresti domiciliari.
La missione, insomma, è seguita con meno interesse che scetticismo, anche se è sostanzialmente un paravento formale per le richieste delle capitali che contano. Che sono pressanti e a volte in un linguaggio drammaticamente chiaro: «I militari hanno tutte le armi e tutto quello che ha la gente è la sua rabbia», ha detto un diplomatico americano. «Temo che i costi umani della tragedia siano molto più grandi di quello che viene annunciato», nella parole del primo ministro britannico Gordon Brown. Anche il suo collega di Mosca ha espresso condanna per la «violenta repressione», ma la Russia, nella riunione di urgenza del Consiglio di Sicurezza non ha mostrato un grande senso di urgenza.
Tutti sanno, in realtà, che le possibilità di uno sviluppo democratico a breve termine sono ben poche. La Birmania non assomiglia alle altre dittature o semidittature del passato, come ad esempio l’Indonesia e le Filippine, che sono state a poco a poco erose dalla democratizzazione, dalle «rivoluzioni» di vari colori. I suoi rapporti con l’Occidente sono tenui, l’unica potenza straniera ascoltata è la Cina, il cui ministro degli Esteri ha espresso finora soltanto vaghi «auspici». Non solo perché ha un ruolo molto importante nell’economia birmana ma anche perché nella politica estera di Pechino c’è un punto fermo: «Nessuna interferenza negli affari interni di un altro Paese, a meno che essi non minaccino la pace mondiale». L’unica speranza è l’influsso che sul comportamento cinese potrà avere l’imminenza delle Olimpiadi di Pechino, occasione particolare per mostrare la faccia del regime nel suo profilo migliore. La Cina ci tiene: proprio ieri è iniziato a Shanghai il campionato mondiale di bridge.