Arriva Mister X: dieci partite di A sotto accusa

Un supertestimone pronto a deporre a Napoli sulla compravendita degli
incontri della serie maggiore e di altri dieci di B. Atalanta sprofonda
nei guai: non c’è solo Doni tra gli accusati, ora il club è coinvolto in
almeno una partita venduta

Milano - «Qui confessano tutti. È troppo facile». È così, con un po’ di stupore e quasi un filo di delusione, che uno degli inquirenti sintetizza la seconda giornata di interrogatori degli arrestati per il nuovo scandalo. Travolti dall’inchiesta, protagonisti e comprimari del giro che truccava gli incontri del pallone italiano sembrano non vedere l’ora di ammettere le loro colpe, confermando tutto quello che la polizia aveva già scoperto: e, soprattutto, allargando a dismisura gli orizzonti dell’inchiesta. Ieri, l’indagine fa ufficialmente la sua prima vittima tra le società storiche del calcio italiano: l’Atalanta, che dai verbali riempiti in questi due giorni viene coinvolta pesantemente in almeno una partita venduta. Non è solo il suo giocatore più rappresentativo, Cristiano Doni, a essere nei guai, ma il club. La conseguenza - non automatica, ma a questo punto assai verosimile - potrebbe essere un ribaltone dei risultati dell’ultimo campionato di B: la promozione dei bergamaschi in A viene incenerita, a valle i giochi si riaprono.
È solo uno dei passi avanti che l’inchiesta sta compiendo grazie all’ondata di «pentimenti» iniziata venerdì con gli interrogatori di Marco Pirani e Massimo Erodiani, i principali tenutari del giro di scommesse. Erano stati loro due, il dentista e l’allibratore, a rivelare al giudice Guido Salvini che la banda aveva alterato l’esito di tre incontri di serie A e B, coinvolgendo nel disastro cinque società fino a quel momento incolumi. I nomi più gettonati nelle voci che circolano con insistenza sono Siena, Bologna, Piacenza e Genoa, quest’ultmo proprio per quel 4-3 con la Roma. Ieri l’alluvione di ammissioni continua con Giorgio Buffone, direttore sportivo del Ravenna, e Giorgio Parlato, collaboratore del Viareggio. Entrambi sono imputati di episodi che li collegano in qualche modo all’Atalanta: Parlato per avere incaricato Carlo Gervasoni del Piacenza di accordarsi con Doni per truccare il match tra le due squadre; Buffone, attraverso un intermediario, avrebbe preso contatti con Doni per impasticciare Ascoli-Atalanta. Entrambi confessano, Buffone - con supremo sprezzo del ridicolo - giura di avere fatto quel che ha fatto «per il bene del Ravenna», nel senso che con i soldi delle scommesse voleva ripianare i debiti sociali. E aggiungono dettagli che oltre ad aggravare pesanemente la posizione di Cristiano Doni, vanno a coinvolgere direttamente il ruolo del club nerazzurro. Ma, assicurano fonti vicine all’inchiesta, non è l’unica società a dover tremare.
L’alluvione, per ora, riguarda soprattutto la serie B: tanto che persino i vertici della Lega hanno il buon senso ieri di rinviare la cerimonia di consegna degli Awards, i premi della serie cadetta, peraltro sponsorizzati da un sito di scommesse on line. Ma la serie A non ride. Anzi: la sensazione è che sia stata data la stura ad una serie di rivelazioni, in cui gli attuali indagati non hanno nessuna voglia di restare gli unici a pagare per tutti. E alle scoperte dell’indagine cremonese si affiancheranno i passi avanti dell’inchiesta parallela condotta dalla procura di Napoli, che finora si era concentrata soprattutto sui rapporti tra il mondo delle scommesse e il milieu della criminalità organizzata ma che ora sembra pronta ad una brusca accelerata. Alla magistratura partenopea dovrebbe arrivare prossimamente, secondo indiscrezioni attendibili, la deposizione di un addetto ai lavori, una sorta di supertestimone in grado di quantificare su livelli clamorosi gli incontri dei campionati appena conclusi di cui è dimostrabile la compravendita: almeno dieci partite di A e dieci partite di B. Un terremoto che potrebbe scuotere alle fondamenta il calcio nazionale. Il totale di partite truccate nel corso dell’ultimo decennio toccherebbe, secondo questa testimonianza, addirittura il mezzo migliaio.
E ieri nello studio di Bologna in cui si tenevano le riunioni per pianificare le partite di interesse del gruppo degli scommettitori «bolognesi», a cui è accusato di appartenere l’ex azzurro Beppe Signori, gli investigatori della Squadra Mobile hanno trovato circa 400 mila euro in assegni e altri titoli che comproverebbero lo scambio di denaro tra i partecipanti al gruppo.
Per quanto riguarda direttamente l’inchiesta di Cremona è pressoché scontato che nelle prossime settimane, una volta esaurito il primo giro di interrogatori, potranno partire nuove manette e nuovi avvisi di garanzia. Anche perchè è possibile che alle rivelazioni già incassate si aggiungano quelle di altri due imputati chiave: il portiere del Benevento Marco Paoloni e l’ex difensore del Bari Antonio Bellavista. Paoloni, sotto choc per le manette, devastato dalle accuse - ma già nelle intercettazioni appariva sulla soglia dell’esaurimento nervoso - finora si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ma, in questa corsa al pentimento, è una scelta che non ha più senso.
Il dramma di Paoloni è un capitolo dell’inchiesta che meriterebbe di essere scritto a parte. Si tratta di un buon portiere che viene ingoiato dostojevskianamente dai meccanismi diabolici del gioco d’azzardo, fino a legarsi mani e piedi ai signori delle scommesse. Nella fase cruciale dell’inchiesta, quando le sue mosse vengono seguite in diretta grazie alle intercettazioni della Mobile, Paoloni sembra quasi agire contro se stesso, come se la sua vera scommessa fosse quella di autodistruggersi. Inventa accordi che non ha mai preso, come quello per «aggiustare» Inter-Lecce, facendo perdere alla banda un sacco di soldi. Ma il suo colpo d’ala arriva con Benevento-Pisa del 21 marzo: «Vincerà il Pisa e sarà un Over tre e mezzo», garantisce Paoloni alla banda: cioè ci saranno un sacco di gol, e visto che il portiere del Benevento è lui come dubitarne? La banda scommette. Ma la partita la vince il Benevento. E il migliore in campo è lui, Paoloni, che invece di prendere gol a raffica para l’imparabile. Forse aveva davvero deciso di farsi ammazzare.